The Aftershocks

Riportiamo la traduzione integrale di un interessante articolo pubblicato dal giornalista scientifico David Wolman sulla vicenda del processo (originale in inglese). Eventuali inesattezze o espedienti narrativi derivano dall’interpretazione del giornalista. Le immagini inserite non sono quelle della versione originale.

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Sette fra i migliori scienziati italiani sono stati condannati per omicidio colposo a seguito di un terremoto catastrofico. Il paese ha criminalizzato la scienza?

di David Wolman

Giulio Selvaggi dormiva quando la terra iniziò a tremare. Era la notte del 5 Aprile 2009, il direttore del Centro Nazionale Terremoti aveva lavorato fino a tardi prima di andare a casa. Dal modo in cui si muoveva il letto Selvaggi capì che il terremoto era forte, ma non vicino. Quando sei vicino all’epicentro di un forte terremoto è come essere un chicco di granoturco nella macchina dei popcorn. Quando sei lontano, il movimento è lento e regolare, vai avanti e indietro al passaggio delle onde sismiche. Selvaggi saltò giù dal letto, controllò il suo telefono senza trovare alcun messaggio. Andò in fretta in salotto per chiamare la Sala Sismica. “Dove è stato?” chiese. “L’Aquila, 5.8” fu la risposta. (Più tardi sarà classificato 6.2) Il primo pensiero di Selvaggi fu: almeno non è un 7. Un terremoto di magnitudo 7, localizzato a L’Aquila, città medioevale tra le montagne, avrebbe ucciso 10.000 persone.

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A un centinaio di chilometri da Roma, Giustino Parisse era già stato svegliato due volte dalle scosse. La seconda, alle 00:39 aveva agitato tutta la famiglia. Nel giro di controllo della casa Parisse, cinquantenne giornalista del quotidiano Il Centro, incontrò suo figlio adolescente nel corridoio. “Questo terremoto ci ha rotto” disse irrequieto Domenico, 17 anni. Questo terremoto ci sta rompendo le balle. “Lo so, lo so” rispose Parisse. “Però domani devi andare a scuola. Ora davvero devi tornare a letto”. Accese la luce per dare un’occhiata nella stanza della figlia Maria Paola, 15 anni. Era sveglia anche lei. “Qui moriremo tutti”, concluse la ragazza. Spaventato Parisse cercò di scherzare. “Niente potrà mai uccidere te”, disse dirigendosi verso il letto. Tre ore più tardi, Parisse e sua moglie vennero svegliati da una valanga di intonaco e mattoni. Inerpicandosi sulle macerie, si fecero strada verso il corridoio facendo luce con il cellulare, cercando di raggiungere i ragazzi. Ma era troppo tardi: Domenico e Maria Paola erano sotterrati, morti. I 28 secondi di durata del terremoto hanno demolito centinaia di edifici a L’Aquila. Quando lo scuotimento fu finito, 297 persone erano state uccise, più di un migliaio ferite e decine di migliaia rimaste senza casa.

 

Durante l’inverno e l’inizio della primavera del 2009, Selvaggi e altri sismologi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia avevano registrato numerosi eventi nei dintorni di L’Aquila. Una sequenza di piccoli terremoti in un breve periodo di tempo viene chiamato sciame sismico ed è diverso dalle scosse che seguono un forte terremoto. In regioni come L’Aquila le sequenze non sono necessariamente anomale. I media locali trasmettevano con continuità  questo generico messaggio. Gli ufficiali governativi regionali insistevano nel dire che non era necessario allarmarsi, a dispetto della cronica mancanza di applicazione delle norme tecniche antisismiche sugli edifici aquilani. Il Dipartimento di Protezione Civile della Regione Abruzzo rilasciò perfino un comunicato stampa proclamando categoricamente che non si sarebbero verificati forti terremoti.

Ma la gente a L’Aquila era comprensibilmente preoccupata. Nel corso dei secoli la città era stata devastata da diversi forti terremoti. Quello del 1703 uccise 10.000 persone, nel 1915 un magnitudo 7.0 ne uccise 30.000. La storia di questa regione ha dato vita alla cultura della cautela. Quando il suolo sembra particolarmente instabile, molti residenti – come i genitori e i nonni prima di loro – hanno l’abitudine di prendere coperte e sigarette e dirigersi verso una vicina piazza, o un giardino, per passare la notte. Altri dormono nelle automobili. Meglio non rimanere in un edificio antico che non è stato reso sicuro.

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Lo sciame continuava e l’inquietudine della gente veniva aggravata da un personaggio del luogo di nome Giampaolo Giuliani. Giampaolo utilizza un apparato fatto in casa nel tentativo di prevedere terremoti imminenti. Le sue proclamazioni – e l’amplificazione creata dall’interesse dei media verso queste proclamazioni – gli fecero guadagnare una reputazione nella cittadina abruzzese. Durante la messa a Santa Maria del Soccorso o nel bere un aperitivo al Bar Belvedere, veniva spesso salutato con un “Buongiorno, tutto a posto?”. Un quotidiano locale si riferiva a lui come “il profeta funesto”, e in quell’inverno, ogni volta che la terra tremava, sembrava confermarsi l’incessante ansia di Giuliani. Alla fine di Marzo erano state registrate migliaia di piccole scosse, una dozzina di queste aveva raggiunto magnitudo 3.5 della scala Richter. A quel punto, il 30 Marzo, una scossa 4.0 fa precipitare la situazione, da tensione a quasi follia. Il Dipartimento della Protezione Civile Nazionale – l’equivalente italiano di FEMA, Federal Emergency Management Agency (Ente Federale Gestione Emergenze) – avverte la necessità di un gesto che possa calmare i nervi della gente e decide di convocare i maggiori esperti italiani, la Commissione Grandi Rischi, per valutare la situazione.

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Selvaggi, sismologo della sede romana INGV, non era membro della commissione. Lo era il suo capo, Enzo Boschi. Figura titanica nella comunità scientifica italiana, Boschi chiese a Selvaggi di accompagnarlo e di parlare con gli altri componenti della Commissione. Qualche giorno prima della riunione, il capo della Protezione Civile Italiana, Guido Bertolaso, chiamò al telefono l’ufficio regionale di Protezione Civile abruzzese. Secondo la trascrizione, che molto tempo dopo fu resa nota alla stampa, Bertolaso disse che l’obiettivo dell’incontro era “azzittire i deficienti e tranquillizzare la gente”. Era particolarmente seccato del fatto che l’ufficio regionale avesse tentato di contrastare le affermazioni di Giuliani con una replica priva di senso: “non ci saranno più terremoti”. “Non raccontare che ‘Non sono previsti più terremoti’. Sono cazzate che non si dicono” disse Bertolaso. “Non puoi dire una cosa del genere quando parli di terremoti… nemmeno sotto tortura.” Piuttosto, spiegò che voleva fare “un’operazione mediatica”. Devi solo aspettare: stanno per venire a L’Aquila i luminari della sismologia. Rimetteranno a posto questo casino. La riunione, a cui parteciparono sette esperti, compresi Selvaggi e Boschi, e una manciata di pubblici ufficiali locali, durò soltanto un’ora e mezza. La conclusione fu: un terremoto molto forte nel breve termine è improbabile. Ma ricordate che questa è una regione sismica, non si sa mai. Le parole di Boschi durante la riunione si riveleranno cruciali. “Un forte terremoto sulla faglia dell’evento del 1703 è improbabile nel breve termine”, disse Boschi, “ma è una possibilità che non si può escludere”. La responsabile dell’ufficio di Protezione Civile abruzzese tornò sulla questione della previsione ancora una volta. “Vogliamo sapere se dobbiamo credere a quelle persone che vanno in giro a creare allarme”. Lei si riferiva all’auto-proclamato esperto Giuliani. Queste affermazioni non hanno alcuna fondatezza scientifica, rispose il presidente della Commissione Franco Barberi. “La sequenza sismica non preannuncia nulla, ma sicuramente riporta l’attenzione sul fatto che è una regione sismogenetica dove, prima o poi, un terremoto forte accadrà. “

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Castello d’Ocre

La sola cosa da fare, per proteggere le persone in una zona come questa, le ricordò Barberi, è accertarsi che le strutture siano sicure. Gli scienziati e gli ingegneri lo ripetono come un rosario: non è il terremoto che uccide, ma quello che l’uomo costruisce. Gli abitanti della città appresero le valutazioni fatte durante la riunione attraverso pillole giornalistiche, incluso un ritaglio di intervista a Bernardo De Bernardinis, vice capo Dipartimento Protezione Civile Nazionale, la cui formazione universitaria non è in sismologia ma in ingegneria idraulica. L’intervista venne registrata prima della riunione ma trasmessa dopo, dando la falsa impressione che questa riassumesse le conclusioni della riunione. Lo sciame è il segnale che sta per accadere qualcosa di più grave? “Al contrario”, disse De Bernardinis. “La comunità scientifica mi assicura che la situazione è positiva perché c’è un continuo scarico di energia”. Si tratta di un’affermazione totalmente errata. I piani di faglia non sono valvole di pressione, i piccoli terremoti non necessariamente rilasciano l’energia che avrebbe potuto contribuire a un terremoto più forte. Tutti i sismologi sono di fatto d’accordo che non esista una correlazione – né positiva né negativa – tra l’accadimento di un terremoto debole e uno forte. Tuttavia, il giornalista televisivo trovò la risposta di De Bernardinis così soddisfacente che decise di concludere con una nota gioviale: “Allora possiamo andare a bere un bel bicchiere di vino?”. Oh sì, disse De Bernardinis, raccomandando un’annata del suo paese di origine. Sei giorni dopo L’Aquila, e molte vite, furono distrutte. Molte delle persone che erano a L’Aquila quella notte sono ossessionate dal suono del terremoto, un lugubre e inevitabile rimbombo che ti da l’impressione che una forza soprannaturale gravi su di te. Altri ricordano la nuvola rossa che rapidamente ricoprì la città, creata dalle tegole rosse di terracotta che vibrando, caddero e si ruppero, così tante da non potersi contare. Quando lo scuotimento si fu calmato, i corpi vennero raccolti, le macerie rimosse e i sopravvissuti iniziarono ad accusare apertamente la Commissione. Sostenevano fermamente che la rassicurazione degli esperti li aveva convinti a rimanere in casa la notte del 5 aprile, anche dopo le due scosse, piuttosto che uscire e allontanarsi dalle case non sicure.

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L’Aquila

Fra quanti criticarono la Commissione c’è Parisse, il giornalista che ha perso i suoi figli di 15 e 17 anni. “Come padre”, mi disse Parisse, “Fondamentalmente sono io che devo garantire la sicurezza dei miei figli”. Questo però non annulla quella che lui vede come una mancanza di responsabilità da parte di scienziati e ingegneri. “Sono venuti a L’Aquila per rassicurare la gente, non per valutare il rischio”, dice Parisse. Molti altri la pensarono allo stesso modo. In breve ebbe inizio l’azione legale intentata dagli aquilani con l’accusa agli scienziati di negligenza, nei compiti prescritti dalla legge, nel valutare il rischio e informare, al fine di minimizzare la perdita di vite umane e beni immobili. Parisse si unì alla causa. Essendo giornalista avrebbe potuto scrivere molti articoli, dice, ma il loro impatto sarebbe stato minimo e passeggero. “Con il sistema giudiziario, è possibile che la verità duri più a lungo”.

La primavera seguente i sette uomini – cinque membri della commissione, e due esperti, tra cui Selvaggi – furono indagati per omicidio colposo. L’accusa: durante la riunione del 31 marzo, e nelle affermazioni fatte in seguito, trascuravano consapevolmente la loro responsabilità di informare la popolazione sul rischio prossimo a venire. L’annuncio del rinvio a giudizio scatenò un fiume di biasimo nel mondo. “Il rischio di controversia legale dissuaderà gli scienziati e i pubblici ufficiali dall’informare i loro governi o perfino dal lavorare nel campo della sismologia e della stima del rischio”, venne scritto in un editoriale della rivista dell’American Geophysical Union, Eos. L’amministratore delegato dell’American Association for the Advancement of Science (Associazione Americana per il progresso scientifico) scrisse al Presidente della Repubblica Italiana per rammentare che una montagna di ricerca autentica, molta condotta da Italiani, dimostra che i terremoti non sono prevedibili.

Ma Fabio Picuti, il pubblico ministero, 45 anni , abruzzese, era immune dallo sdegno generale o ne fu incitato. Argomentò dicendo che chi non è aquilano non sa cosa è successo qui. Non sa dell’ordine di Bertolaso di fare “un’operazione mediatica”. Non può comprendere il forte impatto del commento di De Bernardinis sullo “scarico di energia”. Non conoscono le nostre usanze, la nostra umiltà nei confronti della forza distruttiva di Madre Natura. Come disse lui stesso: “Per i media, la cosa più facile è dire che ’ la scienza è sotto processo ’ ”. Il tribunale di L’Aquila è stato talmente danneggiato dal terremoto che il processo fu tenuto in un complesso di prefabbricati nella zona industriale della città. Era l’estate del 2011. Sul cancello esterno del tribunale qualcuno aveva affisso un manifesto: “Punire quelli che hanno ucciso i nostri bambini non è vendetta. È un modo per farli morire un po’ meno”.

Picuti per il processo contro gli scienziati costruì un modello: i residenti si trattennero dalla loro abitudine a fuggire dalle loro case durante una scossa, a causa di un messaggio eccessivamente tranquillizzante della illustre Commissione. Si trattò di una “rassicurazione disastrosa”, come a Picuti piace chiamarla. Il processo fu impegnato a lungo con le testimonianze delle vittime e dei parenti delle vittime. I testimoni hanno raccontato dei parenti che tenevano vicino alla porta coperte e biscotti, pronti ad afferrarli uscendo di casa durante una scossa, che invece avevano deciso di non uscire dopo aver visto l’intervista di De Bernardinis in TV. Fra le testimonianze c’è la storia di un uomo, la cui famiglia da tempo credeva che le scosse vengono seguite da “repliche” più forti, che utilizzò la dichiarazione degli esperti per convincere la moglie, incinta, che non era necessario uscire quella notte. Morirono tutti, anche il primo figlio della coppia, quando la casa crollò. Un’altra testimonianza raccontò dello studente universitario schiacciato dalle macerie sebbene i suoi amici, una settimana prima, si fossero informati sulla stabilità sismica della casa dello studente. Il responsabile dell’edificio gli aveva detto di non preoccuparsi.

Assemblare queste testimonianze è stato essenziale a Picuti come argomento per l’accusa di omicidio colposo. Ha assunto che la morte delle persone fu causata dalle cose che gli scienziati e gli ingegneri dissero e non dissero. Ha selezionato affermazioni e ritagli dalle riviste scientifiche per provare che gli scienziati sapevano, quasi certamente, che ci sarebbe stato un evento più forte. Naturalmente non potevano sapere con esattezza la data e l’ora, dice Picuti. Ma hanno deliberatamente soffocato la discussione sul rischio con l’intento di rassicurare.

Durante i 13 mesi di durata del processo, la prospettiva di essere giudicati colpevoli suonava assurda ai sette indiziati. Non che non prendessero in considerazione, con la dovuta gravità, la faccenda, perché molte persone erano morte. Ma l’idea che fossero colpevoli di negligenza – di omicidio colposo – sfuggiva alla ragione. “Nessuno crede realmente che io possa essere così stupido da andare nella regione italiana più attiva sismicamente e dire alla gente ‘Non vi preoccupate’,” mi disse Boschi. Picuti, abilmente, utilizzò contro gli scienziati il loro stesso lavoro. Mostrò al giudice la mappa di pericolosità sismica dell’Italia prodotta dall’INGV, a cui Boschi e Selvaggi avevano lavorato. Utilizzando una scala di colori dal rosso scuro (rischio maggiore) al verde pallido (rischio minore), la mappa mostra la probabilità di terremoto forte nei prossimi 50 anni. A prima vista, due aree appaiono categoricamente pericolose: una nell’estremo sud della penisola, l’altra, a forma di cuneo, copre chiaramente L’Aquila.

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Picuti mise in contrasto il livello di rischio descritto dalla mappa con l’affermazione “improbabile” di Boschi. Quando chiesi a Picuti della mappa, della sua estensione temporale lunga 50 anni, del fatto che il rischio, giorno per giorno, di un terremoto forte rimane basso anche nelle aree colorate del rosso più intenso, tagliò corto. “La gente sente ‘basso’ o ‘improbabile’ e pensa: basso”. Picuti disse al giudice che quello che i cittadini avrebbero dovuto sentire è quello che dice la mappa: il più alto.

Ma il colpo da maestro Picuti lo assestò sventolando un articolo accademico del 1995 dal titolo “Forecasting When Larger Crustal Earthquakes Are Likely to Occur in Italy in the Near Future” (Previsione di Probabilità di accadimento di Forti Terremoti, in un futuro vicino). Utilizzando registrazioni storiche, evidenze geologiche, e i migliori dati sismici disponibili al tempo, i sismologi, autori dell’articolo, tentarono di fare una previsione dei terremoti per diverse aree italiane, su intervalli di tempo di 5, 20 e 100 anni. Secondo questo modello, la probabilità che L’Aquila venisse colpita da un forte terremoto all’interno di tutti gli intervalli risultò 1. Attenzione, non è un errore di stampa. Il modello prevedeva un forte terremoto a L’Aquila con il cento per cento di probabilità. E chi era il primo autore di questo articolo? Enzo Boschi.

Per enfatizzare questo aspetto, Picuti chiamò a testimoniare un altro sismologo INGV. Ma questo sismologo, dopo aver riassunto quanto Boschi e i suoi colleghi avevano scritto nell’articolo, sorprese Picuti spiegandogli che il modello era, semplicemente, sbagliato. Un calcolo che produce il 100 per cento di probabilità di accadimento di un terremoto nei successivi cinque anni, deve necessariamente dare la stessa previsione per 20 o 100 anni. Tuttavia, nessun evento forte ebbe luogo durante la prima finestra temporale di 5 anni. Il non-accadimento del terremoto non significa che nel sesto anno c’è da aspettarsi l’evento, o che, a causa del ritardo, nel settimo anno sicuramente il terremoto arriverà. Significa solo che il modello è sbagliato. Addirittura, Boschi e i suoi co-autori nello stesso articolo avevano segnalato questa possibilità come conclusione. Mentre Selvaggi ascoltava lo svolgersi della testimonianza, non poté fare a meno di sentirsi fiducioso. Picuti aveva condotto alla dimostrazione che la previsione dei terremoti non è possibile e invitato uno scienziato con alte credenziali a tenere una lezione sulla probabilità e il metodo scientifico ad un pubblico che evidentemente ne aveva bisogno.

Ma Selvaggi era stato troppo ottimista. Il 22 ottobre 2012 il giudice Marco Billi, un uomo atletico di 43 anni, capelli neri, taglio corto, camminò verso il centro dell’improvvisata aula di tribunale. In Italia non si utilizzano giurie: la decisione fu presa da Billi, da solo. Occhi bassi, lesse il verdetto con tono uniforme, appena udibile. Per aver rilasciato “informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie” gli scienziati e gli ingegneri furono dichiarati colpevoli di omicidio colposo. Ognuno di loro venne condannato a sei anni di reclusione, in attesa dell’appello. Per l’impostazione di Billi, chi partecipò alla riunione nel 2009 fu responsabile della morte di 29 persone. Non di tutte le vittime – solo di quelle per le quali Picuti poté dimostrare che avevano la consuetudine di allontanarsi dalle loro case quando avveniva un terremoto.

La scienza alla base dell’articolo di Boschi del 1995 non è stata di alcun interesse per Billi. Come mi disse tempo dopo: “Non abbiamo guardato ai dettagli del modello. Abbiamo soltanto guardato cosa ha scritto Boschi – ovvero, che c’era una probabilità pari a 1 che a L’Aquila avvenisse un forte terremoto. Tutto qui. Sono le parole di Boschi!”.

Questo atteggiamento mentale fa infuriare Boschi. Non solo perché quel vecchio modello era sbagliato, perché Picuti non riesce a capire le probabilità per salvare la sua stessa vita, e neanche per la sconcertante logica contorta di Billi. È, prima di tutto, perché non dovremmo essere qui a parlare di ricerca e articoli scientifici, il cui obiettivo è condividere, in modo che altri scienziati possano confutare o perfezionare il risultati a cui sei giunto. “Sono pronto ad andare in prigione per questo”, tuona Boschi. “Uno scienziato può scrivere qualunque sua opinione su un articolo scientifico e su questo deve essere vietato l’accesso a un giudice”. Perfino nel paese di Berlusconi e del circo giudiziario di casi come quello di Amanda Knox, condannare un gruppo di scienziati della Terra sulla scia di un disastro naturale segna una nuova legge. Cosa direbbe Galileo?

Quanto è accaduto a L’Aquila ci dà una visione di quello che pensiamo del rischio, come lo comunichiamo, come ci conviviamo, degli ostacoli che ci impediscono di ragionare con chiarezza a cui tutti noi siamo soggetti. Nell’inverno 1951, un gruppo di analisti della CIA consegnò il rapporto NIE 29–51. Il suo scopo era valutare se i Sovietici avrebbero invaso la Yugoslavia. Le ultime righe del rapporto dicono: “Sebbene sia impossibile determinare quale strada è probabile che prenderà il Kremlino, noi riteniamo… che un attacco alla Yugoslavia nel 1951 dovrebbe essere considerato come una seria possibilità”. Una volta completato, il rapporto prese la sua strada nella macchina burocratica. Qualche giorno dopo, un ufficiale del Dipartimento di Stato si incontrò con il servizio di intelligence a cui faceva capo il gruppo che aveva scritto il rapporto.

Cosa significava seria possibilità? L’uomo della CIA, Sherman Kent, riteneva che forse c’era un 65 per cento di possibilità di invasione. Ma la domanda di per sé lo metteva in difficoltà. Lui sapeva cosa, per lui, significasse seria possibilità, ma, chiaramente, per persone diverse significava cose diverse. Decise di fare un’indagine tra i suoi colleghi. Il risultato fu uno shock. Qualcuno pensava significasse un 80 per cento di possibilità di invasione; altri leggevano il risultato come una possibilità bassa pari a circa il 20 per cento. Anni dopo, Kent pubblicò un articolo sulla rivista Studies in Intelligence ed utilizzo il report sulla Yugoslavia per descrivere il problema dell’ambiguità, in particolare quando si parla di incertezze. Propose perfino un approccio standardizzato al linguaggio utilizzato per le analisi di rischio – “probabile” per indicare una confidenza pari al 75 percento, più o meno un 12 per cento, “non probabile” per un livello di confidenza del 30 percento, più o meno un 10 percento, e così via.

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La matrice di Kent non prese mai piede, ma la necessità di precisi “termini per la probabilità stimata” è attuale oggi come lo era allora. Dopo il disastro dei servizi segreti che portò alla guerra in Iraq, per esempio, l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale ha riadattato l’approccio di Kent con nuove indicazioni sul linguaggio delle stime. L’obiettivo era minimizzare la confusione tra informazione, probabilità e confidenza che aveva indotto gli Americani a preoccuparsi di armi di distruzione di massa immaginarie.

Allo stesso modo, dopo l’uragano Sandy, la National Oceanic and Atmospheric Administration, NOAA (Ente Nazionale per gli Oceani e l’Atmosfera) riguardò le conseguenze delle sue comunicazioni prima che la tempesta provocasse la frana. Secondo il sistema di classificazione del National Weather Service (Servizio Meteorologico Nazionale), Sandy da uragano divenne un ciclone post-tropicale. Questa terminologia può andar bene per i “nerds” e lissicografi della meteorologia, ma per i media e i cittadini il cambio di nome servì solo a confondere, specialmente quando i giornalisti erroneamente utilizzarono la parola “declassato” per spiegare la variata classificazione.

Nel Maggio 2013 un controllo sulle prestazioni del NOAA sottolineò che l’agenzia doveva tenersi molto lontano da astratte descrizioni e fare, piuttosto, un uso migliore del linguaggio focalizzandolo sugli effetti: possibili inondazioni in questa area; ondate fino a questa o quell’altezza; vento abbastanza forte da abbattere un albero vecchio di 100 anni. “Se qualcuno dice ‘improbabile’ di un terremoto, tu non sai davvero di cosa sta parlando”, dice Baruch Fischhoff, professore di Scienze Sociali e delle Decisioni presso la Carnegie Mellon University. È improbabile come avere i gemelli, o improbabile come vincere alla lotteria? Questa confusione ha luogo in particolare quando si parla di potenziali effetti dovuti ai disastri naturali, perché eventi come i terremoti e gli uragani di Categoria 5 sono molto rari. Che conseguenze avrà un terremoto di magnitudo 6.2 per la tua vita, la tua strada, la scuola dei tuoi figli, le fondamenta della tua casa?

Il buon senso ci suggerisce che le persone sono terribilmente scarse con i numeri. Ma Kent aveva compreso già negli anni ’50 che siamo addirittura peggiori con le parole. Uno studio, di cui Fischhoff è stato co-autore, mostra che la gente ha problemi nel comprendere il 30 percento di probabilità di pioggia. Non era la probabilità che li faceva inciampare, ma la parola pioggia. Stiamo parlando di pioggerellina o di acquazzone? Tutta la giornata o solo una parte? E su quale area esattamente? (Comunicare le previsioni in italiano è perfino più impegnativo. In Inglese possiamo usare la parola forecast invece di previsione per dare l’idea dell’incertezza. In italiano esiste solo la parola previsione (prediction) che ha una forte connotazione deterministica).

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La crudeltà divina di quanto è accaduto a L’Aquila è che quanto Boschi ha detto, che un terremoto forte era “improbabile”, è – e rimane – corretto. Il fatto è che quando uno scienziato di professione ascolta la parola improbabile sa che gli eventi rari accadono, quando un non-scienziato sente improbabile la prende come un’abbreviazione di non accadrà. Eppure, perfino la più perfetta delle comunicazioni, scritta a regola d’arte, della Commissione Grandi Rischi non avrebbe raggiunto l’obiettivo. Non perché avrebbe fallito nel raggiungere le persone o sarebbe stata raccolta con sospetto, ma perché le probabilità fanno aggrovigliare le nostre menti. Anche se riusciamo a comprendere il 30 percento di probabilità di pioggia, o la probabilità nell’immediato del lancio di una moneta, gli eventi a bassa probabilità sono differenti.

Questi eventi hanno uno “sbalorditivo” effetto sulla gente, dice Howard Rachlin, professore emerito di psicologia alla Stony Brook University. Tendiamo a considerarli tutti alla stessa stregua: 1 su 10 000 suona sbalorditivo quanto 1 su 100 000. Per questo motivo la gente compra i biglietti della lotteria sebbene la probabilità di vincere sia minore in modo esorbitante di un evento come un forte terremoto in una regione sismicamente attiva. “Tutte le probabilità basse sembrano uguali”, dice Rachlin. Quando si tratta di vivere la nostra vita oggi o fare piani per la prossima settimana, e ci comportiamo come se la bassa probabilità sia essenzialmente zero, non è necessariamente un male. Altrimenti rimarremmo paralizzati. Ma spalmiamo questa bassa probabilità nel tempo – che corrisponde al modo in cui viene calcolato il rischio per i terremoti – e la confusione con le probabilità basse si trasforma in una totale incomprensione.

Se vivi in un luogo incline ai terremoti per 10 000 giorni, al passare del tempo la probabilità cumulativa diventa sempre più alta, avvicinandosi all’1 su 1. Le nostre menti, sfortunatamente, fanno fatica a star dietro a questi concetti. “Non comprendiamo come questi piccoli elementi si sommino nel loro ripetersi, dice Fischhoff. Studio dopo studio – guardando nei diversi ambiti, rapporti sessuali non sicuri, guida senza cintura di sicurezza, alluvioni, terremoti – sottostimiamo questi effetti cumulativi. È una di quelle mancanze cognitive che ha bisogno di essere definita con un nome. Forse dovrebbe essere chiamata qualcosa tipo cecità rischio-temporale. Quanto dovremmo essere allertati dall’influenza di questi luoghi ciechi? Quando la posta in gioco è irrilevante – in una riunione dove si discuta di come commercializzare casseruole, per dire – non c’è ragione di stare in guardia per le distorsioni che possano fuorviare i nostri pensieri. Ma quando la posta è alta, dice Fischhoff, come quando si comunica il rischio sismico, “ è un nostro dovere verso la popolazione che noi comprendiamo il senso di ogni specifica barriera e come possiamo superarla”.

Questo è il punto dove gli scienziati e gli ingegneri della Commissione Grandi Rischi hanno commesso un errore, anche se non se ne sono resi conto. Non avevano la percezione di come le loro parole sarebbero state interpretate. Erano abituati a riunioni a porte chiuse ed inoltre il mandato della Commissione era informare il Dipartimento di Protezione Civile, non i cittadini. Ma una volta che i microfoni e le videocamere furono introdotte nel calderone, ogni cosa cambiò: diventarono comunicatori del rischio, e il fatto che ne fossero o meno consapevoli, o cosa abbiano pensato in merito, diventò irrilevante. (Sfortunatamente, dice Fischhoff, un risultato certo nelle scienze sociali è che “per quanto si riesca a comunicare bene, le persone tendono ad esagerare”). E comunque dovevano parlare. Qualcuno doveva farlo. Se non lo avessero fatto, non ci sarebbe stato un contro-messaggio alla falsa informazione che stava infettando la comunità, per merito di un personaggio che dava impulso al panico.

Ogni paio di giorni, durante l’inverno e la primavera del 2009, Giampaolo Giuliani parcheggiava la sua Audi 80S, grigia, del ’96, sul lato di una stradina di Coppito, piccolo paese appena fuori L’Aquila, e si affrettava ad entrare nella sua bottega. Oltrepassata l’accozzaglia di vecchie tastiere, scatole di cavi e spaghi, scaffali pieni di pezzi di schede madri e un casuale assortimento di parti elettroniche in vendita, scendeva per una scala di pietra nel suo “laboratorio”. Il suo sismometro, alto circa 50 centimetri, stava in un angolo della stanza, in un’area delimitata da quattro sedie di legno. Nella parte opposta del locale c’erano una postazione di lavoro, collegata ad uno schermo obsoleto, un quaderno di appunti scarabocchiati e un grosso libro dal titolo Costruzioni di Apparecchiature Elettroniche Nucleari. Sul pavimento, a destra della postazione di lavoro, una grossa scatola nera. Grande due volte una scatola di scarpe, fatta di piombo e, come afferma Giuliani, più sensibile di equivalenti apparecchi utilizzati dagli scienziati in giro per il mondo. Giuliani, 67 anni, gran tosse da fumatore, grandi occhi tristi. Diversamente dalle folli idee brandite dagli indovini a proposito di cristalli o di segni dello zodiaco, le sue teorie sono sostenute dalla logica.

I terremoti coinvolgono colossali quantità di energia. Con tali gigantesche forze in gioco, è plausibile che ci possa essere una connessione tra forte attività sismica e variazioni misurabili di gas, che si infiltra nella crosta dal basso verso l’alto. Immaginatelo come un’allerta geochimica. Giuliani ha concentrato l’attenzione sul radon, un gas pesante, radioattivo che esiste in alte concentrazioni sulle faglie geologiche. I sismologi hanno studiato minuziosamente il radon per oltre una generazione, per verificare se i livelli di variazione potessero indicare l‘arrivo di un terremoto, senza trovare nulla. Susan Hough, sismologa presso il Southern California Earthquake Center (Centro Terremoti della California Meridionale), autrice di Prevedere l’imprevedibile: la tumultuosa scienza della previsione dei terremoti, riassume così la questione: “non esiste una evidenza, statisticamente significativa, per definire una relazione tra anomalie di radon e terremoti”.

Questo non ha impedito a Giuliani di diventare, per i media, una fonte a cui rivolgersi in merito all’attività sismica a L’Aquila. Durante i mesi tesi di durata dello sciame sismico, il suo inquietante messaggio aiutava i media locali ad iniettare tensione nelle righe riservate ai terremoti. “Ho dato il mio numero di telefono a poche persone, ma nel giro di qualche mese mi sembrava che ce lo avesse tutta l’Italia” dice Giuliani. Il suo lavoro come tecnico, in un vicino centro di ricerca, sulla fisica delle particelle e l’astrofisica nucleare ha dato ai suoi pronunciamenti una vena di credibilità istituzionale. Tecnico, fisico, scienziato – comunque sia. Perfino The New York Times lo avrebbe citato come sismologo. Il 29 marzo 2009 la città di Sulmona, circa 50 chilometri da L’Aquila, fu scossa da un evento di magnitudo 3.9. Giuliani scrisse, sul suo sito web, che a questo evento ne sarebbe seguito uno più forte, uno o due giorni più tardi. In assenza di altre informazioni, molti residenti di Sulmona scelsero di evacuare. Quel terremoto non arrivò mai. Fu una buona notizia per i cittadini ma i pubblici ufficiali locali non furono contenti del comportamento di Giuliani. Gli fu recapitata una diffida per procurato allarme alla popolazione.

Giuliani non ha mai previsto il mortale terremoto a L’Aquila, malgrado le sue continue dichiarazioni. In realtà, l’informatore segreto di terremoti non fece niente altro che generare chiacchere sul pericolo di terremoto in un’area sismicamente attiva, in un momento in cui il terreno spesso tremava e i nervi dei residenti erano logorati. Di recente ho scritto una e-mail a Susan Hough chiedendole cosa avrebbe detto a Giuliani se si fosse trovata con lui in una discussione. “Sinceramente, dovrei reprimere l’inclinazione a dargli un ceffone”, rispose. Gli scienziati e i pubblici ufficiali convocati alla, ormai famigerata, riunione a L’Aquila, disse la Hough, “non fecero le loro affermazioni in un ambiente asettico, al contrario rispondevano a un individuo che andava facendo affermazioni molto irresponsabili e a voce molto alta”.

Senza Giuliani e le sue divinazioni non ci sarebbe stato alcun dibattito sul significato dello sciame sismico, nessuna stupida affermazione dei pubblici ufficiali abruzzesi che negava la possibilità di un terremoto, nessuna maldestra comunicazione da parte di scienziati, nessun successivo processo. Tutto riporta alla scatola in piombo nella tana semi-interrata di Giuliani. Oggi, gli avvocati di sette uomini stanno lavorando alle finiture delle loro argomentazioni per il processo d’appello, fissato per l’inizio di Ottobre. Nel farlo, potrebbero concentrare l’attenzione su qualche bizzarro particolare. Gli scienziati che presero parte alla conferenza stampa, dopo la riunione del 2009, insistono nel dire che non hanno dato alcun messaggio sconsiderato di rassicurazione.

Eppure, uno degli aspetti più strani di questa saga, se non francamente sospetto, è la scomparsa della registrazione audio della conferenza stampa, malgrado il video sia disponibile. Gli avvocati potrebbero anche presentare dei dati sismologici, nello specifico mostrare quanto spesso gli sciami sismici siano seguiti da null’altro che quiete. Potrebbero anche smantellare le argomentazioni di causa-effetto di Picuti portando esempi come questo: nel 1920 si verificò uno sciame sismico nel nord ovest della Toscana, esattamente come a L’Aquila. Un pomeriggio una scossa fu così forte (magnitudo 4.1) che la gente decise di passare la notte fuori di casa. Tuttavia, quella notte non accadde nulla e la mattina gli uomini andarono a lavorare nei campi, le donne tornarono alle faccende domestiche e i bambini a scuola. Fu allora che un terremoto di magnitudo 6.6 colpì la zona, uccidendo quasi 200 persone, per la maggior parte donne e bambini.

Questo è il problema di uscire di case durante una scossa: quando è il momento di rientrare?

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Anche se l’appello andrà bene, il processo potrà durare anni – anni che uno scienziato come Boschi, 72 anni, o il capo della precedente Commissione Franco Barberi, 75 anni, potrebbero non avere. Il primo grado e il verdetto hanno già reclamato un pedaggio personale e professionale, lavoro perso, pensione trattenuta e, naturalmente, possibilità di essere incarcerati. Almeno due dei sette condannati in primo grado stanno pensando di lasciare del tutto l’Italia. Nel frattempo, le ricadute del primo verdetto di colpevolezza continuano. Gli scienziati e i secchioni della politica da Boston a Jakarta sono preoccupati degli effetti che questo caso avrà sugli esperti a cui verrà chiesto di fornire un parere.

Nella stessa Italia si è giunti al limite del ridicolo: recentemente, la ricostituita Commissione Grandi Rischi ha messo in guardia da una “probabilità significativa” di un forte terremoto. Nessun terremoto è seguito all’annuncio, ma una gran confusione circa il significato di “probabilità significativa”. Se gli italiani non sono già diventati completamente insensibili agli allerta sul rischio provenienti “dall’alto dei cieli”, lo saranno presto.

Per mantenere sotto controllo lo stress, Selvaggi cerca di tenersi in forma. Cucina molto. Ha smesso di fumare e fa del suo meglio per parlare apertamente di questo caso, per non farsi inasprire dalla frustrazione. A casa, però, cerca di fare in modo che il processo non sia una presenza costante per i figli. Durante una cena insieme gli ho domandato quale fosse il suo pensiero a proposito delle testimonianze delle vittime. Mi ha risposto dicendo che ha scelto di non andare alla maggior parte di quelle udienze. Ha pensato che sarebbe stato più rispettoso e, inoltre, temeva di piangere nell’ascoltare il resoconto della morte dei propri cari, la sua reazione avrebbe potuto essere mal interpretata come espressione di rimorso o colpa. Conosce, però, molte delle loro storie, in particolare quella di Parisse, il giornalista i cui figli adolescenti sono rimasti uccisi. Selvaggi non sa immaginare come avrebbe reagito alla perdita dei suoi figli. “Non so, forse mi ucciderei”. Quello che sta passando, dice, non è in nessun modo confrontabile con il tormento che deve sopportare Parisse. Però sente un legame con la perdita. Nel suo ufficio in Istituto, ha fermato l’orologio da muro. Circa due anni fa ha tolto le batterie dall’orologio e sistemato le due lancette alle 3:32 – l’ora in cui il terremoto ha colpito L’Aquila, quando tutte quelle persone sono morte, e la vita, come era stata fino a quel momento, si è interrotta.

“Ho passato la mia vita cercando di comprendere i terremoti, per aiutare a prevenire i danni alle persone”, racconta, “Adesso queste persone sono contro di me, e invece penso che dovremmo essere dalla stessa parte”.

Traduzione italiana di Ingrid Hunstad

Misure di Radon in atmosfera presso i laboratori dell’Università degli Studi dell’Aquila (G. Pitari e N. De Luca)

Con l’apertura, il 10 ottobre 2014, del processo di appello ai sette esperti assimilati alla Commissione Grandi Rischi, si è riacceso il dibattito sulla prevedibilità dei terremoti con le misure del gas radon. Una precisazione della dott.ssa Natalia De Luca in merito è stata pubblicata sul sito del Quotidiano Nazionale Universitario. In questo spazio ospitiamo un contributo scientifico sull’argomento da parte della stessa ricercatrice e di G. Pitari, entrambi del Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche dell’Università dell’Aquila. Anticipandone la conclusione, lo studio mostra che non ci fu alcuna variazione statisticamente significativa del flusso di emissione di Radon prima del terremoto del 6 aprile 2009.

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Misure di Radon in atmosfera presso i laboratori dell’Università degli Studi dell’Aquila

di Giovanni Pitari e Natalia De Luca

Il Radon-222 è uno dei tanti gas presenti in tracce nella nostra atmosfera. A differenza di molti inquinanti di origine prevalentemente o parzialmente antropica (come CO, NO, NO2, VOC, PM, O3) con sorgenti primarie legate all’utilizzo di combustibili fossili (traffico, caldaie, industrie, produzione di energia elettrica), il Radon-222 è un gas nobile di origine totalmente naturale. Proviene dal suolo in seguito al decadimento radioattivo del Radio-224. Essendo gassoso fuoriesce dalle rocce che costituiscono la crosta terrestre e poi decade con un tempo di vita di circa 5.5 giorni emettendo particele alfa e producendo la cosiddetta progenie di decadimento (Polonio, Bismuto ecc.). A loro volta questi sono altri radionuclidi ancora instabili (ma in forma solida), con successive emissioni di particelle alfa e beta, fino al raggiungimento dello stato stabile con il Piombo-206. Le emissioni alfa (nuclei di Elio molto energetici) fanno del Radon un gas molto pericoloso per la salute umana: è stimato essere la seconda causa di mortalità per cancro al polmone fra i non fumatori (fonte EPA).

Le emissioni del Radon dalla superficie terrestre sono molto variabili, a seconda della tipologia di suolo. Sono circa zero sull’oceano o su neve e ghiacci ed hanno un valor medio caratteristico di circa 1 atomo-Rn per centimetro quadro al secondo sulla terraferma. La concentrazione volumetrica di Radon viene normalmente espressa in funzione della sua attività radioattiva in unità di Becquerel per metro cubo, dove un Becquerel (Bb) rappresenta una disintegrazione al secondo (con produzione di una particella alfa). Il flusso di emissione può essere così convertito da atomi-Rn per unità di tempo e superficie in Bq per metro quadro al secondo: 1 atomo-Rn/cm2/s corrisponde a circa 21 milli-Bq/m2/s. Il flusso dal suolo può essere modulato da diversi fattori: temperatura e contenuto di umidità (Fig. 1) ed anche tipologia delle rocce costituenti il suolo. Molti studi in letteratura scientifica ipotizzano e dimostrano anche la possibilità che il flusso di emissione di Radon possa essere significativamente perturbato dall’attività sismica locale, sebbene non sia mai stato dimostrato un legame diagnostico-precursivo fra perturbazioni nel flusso di emissione di Radon e l’attività sismica registrata localmente.

Fig. 1. Sensibilità del flusso di emissione di Radon dalle condizioni di temperatura e umidità del suolo

Fig. 1. Sensibilità del flusso di emissione di Radon dalle condizioni di temperatura e umidità del suolo

La concentrazione di Radon può essere misurata in molti modi, a seconda che si tratti di rilevazioni in aria o in acqua, indoor o outdoor, e con diverse tipologie di strumenti. Tuttavia il modo scientificamente più rigoroso è quello della misura outdoor (cioè in atmosfera), posto che sono poi necessarie serie di dati significative e in parallelo ad altre acquisizioni di tipo meteorologico, finalizzate allo studio della dispersione del tracciante dopo la sua emissione dal suolo. Misure indoor potrebbero essere largamente falsate o comunque significativamente impattate da perturbazioni non controllate nella ventilazione dell’ambiente di misura. Nota la concentrazione di Radon in atmosfera ad una certa altezza dal suolo (ad esempio dieci o venti metri al di sopra della superficie) ed in funzione delle ore del giorno per una serie di giorni consecutivi, è possibile cercare di calcolare indirettamente il flusso di emissione dal suolo e confrontare un periodo di tempo potenzialmente perturbato (per esempio da attività sismica, vedi Fig. 2) con un periodo di riferimento “imperturbato”. Ciò è possibile disponendo di un certo numero di dati meteo indipendenti, in particolare la velocità del vento, la temperatura, il gradiente termico (cioè le differenze in quota della temperatura) ed il tasso di precipitazione.

Fig. 2. Misura dell’attività sismica a L’Aquila dalla decade centrale di Marzo 2009 (fonte INGV)

Fig. 2. Misura dell’attività sismica a L’Aquila dalla decade centrale di Marzo 2009 (fonte INGV)

Si deve avere cura, ovviamente, di selezionare un periodo imperturbato nello stesso arco temporale dell’anno rispetto al periodo perturbato, per avere la massima riproducibilità delle condizioni climatiche e meteorologiche. Questo è il motivo alla base della scelta di Marzo 2004 come “riferimento imperturbato” rispetto a Marzo 2009 (condizioni pre-sisma). In quest’ultimo caso, le acquisizioni effettuate presso il laboratorio di Geofisica dell’Università dell’Aquila sono terminate il giorno 24 Marzo 2009, per motivi organizzativi legati alla rotazione di diverse attività sperimentali nella didattica erogata per le lauree Magistrali in Fisica e Scienze Ambientali. Tuttavia la Fig. 2 mostra chiaramente la presenza di una attività sismica significativa anche nei giorni precedenti il 24 Marzo e quindi atti a vagliare l’ipotesi di un qualche tipo di correlazione con le emissioni di Radon dalla superficie.

A questo punto si osserva che nelle ore diurne la concentrazione di Radon è sempre molto bassa (in modo quasi indipendente dalle stagioni e dalle condizioni ambientali), perché le condizioni di instabilità convettiva favorite dal riscaldamento del suolo favoriscono in ogni condizione ambientale una efficiente “diluizione” del gas in tutto lo strato limite atmosferico sovrastante il sito di misura considerato (alto circa un km da terra). Di notte invece la situazione è diversa. In condizioni di elevata stabilità e stratificazione verticale, associate ad assenza di venti e inversione termica al suolo, il Radon tende ad accumularsi negli strati atmosferici più bassi, essendo la “diluizione” del gas proveniente dalla superficie limitata a poche decine di metri da terra (Fig. 3).

Fig. 3. Schema di emissione di Radon dal suolo e condizioni di accumulo o diluizione atmosferica

Fig. 3. Schema di emissione di Radon dal suolo e condizioni di accumulo o diluizione atmosferica

È in altre parole lo stesso meccanismo dinamico che in periodi di elevata stabilità atmosferica (alta pressione e forte inversione termica al suolo) può portare alla formazione delle nebbie notturne nel fondo valle, fino al loro diradamento seguente all’irraggiamento solare nelle prime ore del mattino e conseguente riscaldamento del suolo e scomparsa dell’inversione termica, con ripartenza del mescolamento convettivo verticale. L’anti-correlazione fra la concentrazione di Radon e l’intensità del vento è mostrata in Fig. 4.

Fig. 4. Andamento medio diurno di Radon ed intensità del vento in funzione delle stagioni

Fig. 4. Andamento medio diurno di Radon ed intensità del vento in funzione delle stagioni

Un metodo statisticamente affidabile per ottenere indirettamente il flusso di emissione del Radon dalle misure collezionate in outdoor ad una certa altezza da suolo, è quello di considerare solo gli eventi di accumulo notturno in condizioni di elevata stabilità atmosferica. Si può quindi calcolare la differenza in concentrazione di attività di Radon fra l’alba e la sera precedente (tipicamente confrontando i valori alle sei del mattino con quelli delle otto la sera). Questa differenza, divisa per l’intervallo di tempo espresso in secondi e moltiplicato per l’altezza dal suolo della rilevazione, dà una stima affidabile del flusso. L’operazione statistica fondamentale da fare, a questo punto, è quella di mediare più eventi di questo tipo e soprattutto calcolare la dispersione dei dati intorno al valor medio (esattamente la loro deviazione standard), al fine di ottenere un valore statisticamente significativo del flusso e del suo intervallo di incertezza. La dispersione dei valori è intrinsecamente legata al fatto che le condizioni di stabilità notturna non sono mai perfettamente uguali nei vari giorni considerati.

Le misure di Radon collezionate presso il Laboratorio di Geofisica del Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche dell’Università dell’Aquila durante la decade centrale di Marzo 2009 (e per confronto durante la stessa decade di Marzo 2004), e processate poi nel modo sopra descritto, hanno fornito i seguenti risultati per il flusso di emissione del Radon, espresso in mBq/m2/s:

Marzo 2009: 12.6, 22.4, 15.8, 22.3, 15.7, 18.3, 10.2, 12.3 per i giorni 13, 14, 15, 17, 18, 19, 20, 23

Marzo 2004: 16.5, 15.4, 16.0, 18.9, 26.1, 18.5, 19.1, 10.8 per i giorni 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20

con i seguenti valori medi e deviazioni standard:

Marzo 2009: 16.2 ± 4.5 mBq/m2/s     –       Marzo 2004: 17.7 ± 4.3 mBq/m2/s

La conclusione dello studio è che la variazione calcolata nel flusso di emissione medio di Radon fra Marzo 2009 e Marzo 2004 è pari a -1.5 mBq/m2/s (circa -8.5%) e che tale differenza è ampiamente minore dell’intervallo di incertezza nella stima di flusso effettuata con la tecnica sopra descritta. In altre parole, la conclusione è le seguente: le misure effettuate in atmosfera presso i locali del Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche dell’Università dell’Aquila durante Marzo 2009 non mostrano alcuna variazione STATISTICAMENTE SIGNIFICATIVA del flusso di emissione di Radon.

Iniziato il processo di appello a L’Aquila

Ieri, dieci ottobre 2014, in Corte d’Appello all’Aquila è iniziato il secondo atto del processo agli esperti presenti alla riunione del 31 marzo 2009. Sotto accusa ci sono i sette condannati in primo grado (il 22 ottobre 2012) a 6 anni di reclusione per omicidio colposo e al risarcimento di diversi milioni di euro.

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L’udienza di ieri è stata dedicata alla presentazione della sentenza di primo grado e dei contenuti degli appelli da parte della Giudice, alla presentazione dell’accusa da parte del Procuratore Como, a una prima esposizione di uno degli avvocati delle parti civili. La richiesta della Procura è stata la conferma della condanna a 6 anni di reclusione per tutti gli imputati e alla cancellazione delle pene accessorie, attribuite in primo grado. È stato inoltre stilato un serrato calendario delle prossime udienze (17, 18, 24 e 25 ottobre) che dovrebbe portare alla sentenza il 31 ottobre.

Noi siamo fiduciosi che in questo grado di giudizio si riconsidererà la posizione degli imputati al processo. Ricordiamo che il nostro collega Giulio Selvaggi, in quel periodo direttore del Centro Nazionale Terremoti, fu invitato alla riunione da Boschi (allora presidente dell’INGV) per illustrare una relazione tecnica sull’andamento della sequenza sismica stilata dagli esperti dell’INGV e autorizzata dal suo collegio d’Istituto; egli non era un membro della Commissione grandi rischi, non era autorizzato a fare valutazioni del rischio che infatti non fece; né lui né Boschi hanno rilasciato interviste in quella sede né hanno partecipato alla conferenza stampa tenutasi dopo la riunione.

Appeal of L’Aquila Process began

On October 10, 2014 at 9.30 a.m. at the Court of Appeal of L’Aquila began the session of an appeal with respect to the convicted experts, who participated in the March 31, 2009 meeting of the National Commission for forecasting and preventing great risks. On October 22, 2012 the trial court sentenced the seven experts for manslaughter to 6 years in prison and an additional payment of 7 million Euros.

The panel of judges of the Court of Appeal is chaired by Fabrizia Ida Francabandera, Carla De Matteis and Marco Flamini. The prosecution will be represented by the general attorney Romolo Como.

The yesterday’s session was devoted to the Judge presentation of the first-instance verdict and the subsequent appeals, to the presentation of the prosecution by the attorney Como, and in a first discussion of to one of the lawyers. The Public Prosecutor’s request was the confirmation of the sentence to 6 years imprisonment for all the accused and the cancellation of accessory penalties. It was decided a tight schedule of upcoming sessions (17, 18, 24 and 25 October), which should lead to the judgment of 31 October.

We are confident that in this level of judgment the judges will reconsider the position of the defendants at trial. We would like to recall that our colleague Giulio Selvaggi – at the time director of the National Earthquake Center – was invited by Boschi -at the time INGV-President – to participate in the meeting exclusively for illustrating a technical report on the seismic sequence, compiled by INGV experts and authorized by the INGV board; he was neither a member of the National Commission for forecasting and preventing great risks, nor he was authorized to express any risk assessment; neither Selvaggi nor Boschi gave interviews at that time, and both did not attend the press conference held after the meeting.

“Scarico di energia” e i terremoti a Gubbio

A cinque anni dalla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009, si parla ancora di “scarico di energia”. Facciamo chiarezza analizzando i terremoti della sequenza che continua a interessare l’area di Gubbio.

La sequenza sismica che sta interessando oramai da molti mesi la provincia di Perugia ha avuto negli ultimi giorni una ripresa con alcuni terremoti di magnitudo superiore a 3.0 avvertiti dalla popolazione. L’attività che dal 2010 aveva prima interessato il settore tra Gubbio e Pietralunga, con alcune migliaia di terremoti e magnitudo massime di M=4.0, si è concentrata ora più a nord-ovest, a metà strada tra Città di Castello (PG) e Apecchio (PU), con magnitudo massima M=3.3.

Figura 1. Sismicità nella zona di Gubbio dal 2010 alla scorsa settimana (in blu): sono evidenziati in giallo i terremoti della sequenza dell’aprile 2010, in verde quelli del marzo 2013 e in rosso la sismicità di questi giorni. Fonte: Blog INGVterremoti.

Figura 1. Sismicità nella zona di Gubbio dal 2010 aggiornata alla scorsa settimana in blu. Sono evidenziati in giallo i terremoti della sequenza dell’aprile 2010, in verde quelli del marzo 2013 e in rosso la sismicità di questi giorni. Fonte: Blog INGVterremoti.

Nella regione umbro-marchigiana sono presenti numerose faglie attive, concentrate lungo l’Appennino. Qui la catena montuosa si deforma, allargandosi perpendicolarmente al suo asse, a una velocità di circa 3 mm all’anno. Il modello tettonico più accettato dagli studiosi prevede che tale deformazione sia accomodata da un sistema di faglie, con movimento estensionale, a direzione prevalente nord-ovest/sud-est, fra cui la Faglia di Gubbio. L’individuazione delle faglie attive e delle loro geometrie in profondità si ottiene anche grazie allo studio della sismicità, che in quest’area viene rilevata da una rete molto densa di sismometri. È possibile affermare che la sismicità registrata nella zona di Gubbio a partire dal 2010 ha interessato diverse faglie. Per approfondimenti si veda il post sul blog INGVterremoti.

La modalità con la quale avviene il rilascio sismico che stiamo osservando in questi mesi porta il nome di sciame sismico. Il termine sciame sismico deriva dall’inglese seismic swarm e fu coniato alla fine dell’Ottocento, poi usato estesamente in tutta la letteratura scientifica americana ed europea. Con sciame si intende un periodo sismico che non è caratterizzato da un terremoto principale (mainshock) e dalle sue repliche (aftershock), ma un processo sismogenetico durante il quale gli eventi più forti si distribuiscono nel tempo in maniera casuale.

La domanda che ci poniamo è: quanta energia è stata sprigionata durante lo sciame sismico di Gubbio? Prima di tutto troviamo il parametro che meglio rappresenti l’energia dei terremoti. La migliore stima di questa grandezza è rappresentata dal momento sismico (indicato con M0). Tecnicamente, M0 misura il momento di una coppia di forze equivalente alla deformazione che osserviamo durante i terremoti e per questo si chiama momento sismico. La magnitudo (indicata con la lettera M) è invece un modo semplice e intuitivo di esprimere questa grandezza con numeri piccoli ed è proporzionale al logaritmo del momento M0 (viceversa, M0 è proporzionale a 10M). La magnitudo, sebbene sia meno precisa per i forti terremoti, si può misurare più rapidamente e per questo viene usata comunemente.

Figura 2. Sismogrammi e rappresentazione visiva della energia rilasciata da terremoti di M=4, M=5 ed M=6.

Figura 2. Sismogrammi e rappresentazione visiva dell’energia rilasciata da terremoti di magnitudo M=4, M=5 ed M=6. Fonte: Terremoti e maremoti. INGV-Giunti Progetti Educativi, 2010.

Dal 2010 ad oggi, nell’area di Gubbio sono avvenuti 45 terremoti di magnitudo maggiore di 3.0 (come indicato dalle colonnine verdi in Figura 3). Se traduciamo la magnitudo in momento sismico e ne sommiamo i valori per tutti i terremoti, otteniamo un momento sismico complessivo pari a Mo= 4*1016, che equivale ad un unico terremoto di magnitudo M=4.8 (linea nera in Figura 3). Possiamo quindi dire che, se tutta l’energia liberata negli oltre quaranta terremoti che sono avvenuti a Gubbio fosse stata liberata in una singola scossa, questa avrebbe avuto una magnitudo pari a 4.8. I restanti terremoti di piccola magnitudo non influenzano in maniera significativa questa stima.

Figura 3. Numero di terremoti dal 2010 (asse a sinistra e colonnine verdi) e il valore del loro momento sismico cumulato  nel tempo (asse a destra e linea nera). La linea rossa indica il momento sismico M0=1018 di un terremoto di magnitudo 6.

Figura 3. Numero di terremoti avvenuti nell’area di Gubbio dal 2010 ad oggi (asse a sinistra e colonnine verdi) e il valore del loro momento sismico cumulato nel tempo (asse a destra e linea nera). La linea rossa indica il momento sismico M0=10^18 di un terremoto di magnitudo 6.0.

Un’altra domanda che ci viene spesso rivolta è se da questa osservazione possiamo trarre un giudizio di cauto ottimismo proprio perché c’è stata una costante liberazione di energia. Purtroppo siamo molto lontani dal vero e per due motivi. Il primo deriva da quanto appena esposto e cioè l’energia che è stata liberata dall’intera sequenza è molto poca e corrisponde complessivamente a un terremoto modesto. Il secondo e più importante motivo è che il processo sismogenetico che porta alla nucleazione di un grande terremoto è molto più complesso. Di solito, osserviamo che l’area di faglia che si rompe in un grande terremoto non è solo quella interessata dallo sciame. Anzi, secondo alcuni modelli sismologici tale sismicità potrebbe aumentare o diminuire la probabilità di un forte terremoto, a causa delle variazioni dello sforzo sul piano di faglia; questo dipende molto dalla magnitudo delle scosse che avvengono prima del mainshock e dalla distanza e orientazione di queste rispetto alla faglia principale. Senza entrare in dettagli troppo tecnici sulla fisica della rottura nei terremoti, il concetto generale è che i forti terremoti non sembrano essere influenzati significativamente dalla sismicità di bassa magnitudo, che può o meno avvenire prima di una forte scossa, mentre sono influenzati da terremoti di magnitudo comparabile. A tal proposito si potrebbe far notare come la nostra storia sismica contenga numerosi esempi di attivazioni di faglie vicine tra loro dopo un forte terremoto e con differenze di tempi che variano da pochi secondi (Irpinia 1980, tre scosse in 40 secondi), a un giorno (Umbria-Marche 1997), a qualche giorno (Emilia 2012) a settimane (Calabria 1783), mesi (Friuli 1976) o addirittura anni (terremoto di Nicastro in Calabria meridionale del 1905 seguito nel 1908 da quello di Messina). Siamo ancora lontani dal comprendere in che modo e cosa influenza questa interazione tra strutture di faglia adiacenti.

L’erroneo concetto dello scarico di energia come elemento positivo è divenuto una vera e propria “leggenda metropolitana” che fu riportata anche dai mass-media nelle settimane prima del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. Lo stesso vice Capo Dipartimento della Protezione Civile di allora si pronunciò in questo senso prima della riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 Marzo 2009. Il tema dello scarico di energia come elemento positivo non fu però trattato durante la riunione della Commissione proprio perché senza alcun fondamento scientifico e anche perché non vi era contezza dell’intervista fatta poco prima dall’allora vice Capo Dipartimento. Al contrario, nei due comunicati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia al Dipartimento della Protezione Civile inviati nelle settimane prima del terremoto del 6 Aprile (febbraio e marzo 2009) si esprimeva chiaramente il concetto secondo cui la probabilità di un forte terremoto a L’Aquila non aumentava e neanche diminuiva a causa dello sciame in corso.

Per approfondire questi temi si veda l’articolo, uscito recentemente, di A. Amato e F. Galadini, 2014.

Un’analisi della sentenza (di G. Cavallo)

Abbiamo ricevuto un’interessante analisi della sentenza fatta dal collega astrofisico Giacomo Cavallo che ha approfondito la lettura dei documenti processuali e ci ha inviato il suo punto di vista, molto lucido e ben dettagliato. Pubblichiamo nel seguito la sua premessa, a seguire il sommario della sua analisi e rendiamo disponibile il testo integrale dei commenti alla sentenza in formato pdf scaricabile qui.

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COMMENTO ALLA SENTENZA “GRANDI RISCHI”, LETTA ALLA LUCE DELLA MOTIVAZIONE.

Non appena fu promulgata la sentenza dell’Aquila, nell’ottobre 2012, furono dette molte cose, e ci fu (almeno fuori dall’Abruzzo e soprattutto nella comunità scientifica, anche internazionale) un moto di simpatia a favore degli imputati. Poi, grazie all’azione di alcuni “opinion maker” e di articoli, siti, blog, in taluni dei quali la violenza delle argomentazioni ne sostituiva la lucidità, ci fu una netta inversione delle simpatie.

Ora, a parer mio, anche gli imputati hanno diritto a che la loro non facile posizione sia presa in considerazione quanto meno con equanimità.  Credo di potermi sobbarcare questo compito, non conoscendo personalmente alcun imputato né alcuno tra i parenti delle vittime, ai quali ultimi peraltro va la mia simpatia. Essa però non arriva al punto di approvare una punizione che mi pare eccessiva e quindi ingiusta, creando così altre vittime. Non è così che si rispetta la memoria dei defunti.

Nel testo da me scritto commento il Capo di Imputazione (cioè in sostanza l’accusa), fatto proprio dal Giudice,  quale esso risulta dalla Motivazione della Sentenza Grandi Rischi (pagine I-VIII), pubblicata il 18 gennaio 2013, alla luce della Motivazione stessa.  Non sono un esperto di Diritto, ma mi sembra che svariati difetti nell’Accusa siano evidenti anche a un non esperto, almeno quanto i concetti della Sismologia appaiono essere evidenti al Giudice nella Motivazione.

Non commento invece la totalità della Sentenza, in particolare non ne commento il Dispositivo. Se le argomentazioni verranno recepite da un lettore esperto, i commenti alla Sentenza intera li potrà fare lui stesso.

Taluni fra gli imputati e i loro  avvocati possono temere che, come sovente avviene, un maldestro tentativo di difesa si riveli controproducente. Posso solo dire che spero che ciò non avvenga, e che, alla fine, la civiltà nella discussione, e il buonsenso in Appello, prevarranno.

Qui di seguito si potrà trovare un sommario del mio saggio, che è disponibile in forma completa qui.  Mi scuso per la sua lunghezza.

NOTA: Si noti che in quanto segue DPC significa Dipartimento Protezione Civile e CGR Commissione Grandi Rischi.

SOMMARIO

L’obbiettivo del saggio è dimostrare come il Capo di Imputazione, pedissequamente seguito dal Giudice nella Sentenza dell’Aquila, non contenga in pratica un solo elemento valido.

Nel saggio non si farà ricorso né ai “Grandi Principi”, né alla “Sacralità della Scienza”, né al processo a Galileo. Non si ricercheranno neppure i motivi che possono aver spinto il Giudice a quella che sembra essere una deliberata persecuzione della CGR, aumentando la pena richiesta dal PM e negando agli imputati anche le più ovvie attenuanti e l’esistenza dei più ovvi concorsi di colpa. Invece si utilizzerà unicamente la Motivazione della Sentenza (pubblicata il 18 gennaio 2013), che si  rivelerà essere lo strumento più letale per distruggere l’Accusa stessa.

A tale scopo lo studio è presentato in due colonne (a sinistra il testo dell’Accusa, a destra la confutazione) e in otto parti, indicate con i numeri romani da I a VIII, nelle quali  può essere sezionata l’Accusa, senza ometterne alcun elemento.

Le otto parti sono trattate come segue:

I. Titolo della Sentenza: È l’unica parte a cui non si obbietta.

II.  Si mette in luce come il Giudice inventi una CGR composta di dieci membri, mentre i membri presenti alla riunione dell’Aquila il 31/3/2009, base dell’Accusa, sono solo quattro. La trasparente strategia del Giudice è quella di riuscire a mettere insieme dieci membri, perché per legge la CGR non può “operare” ove siano presenti meno di dieci membri.  Inventando sei membri, la riunione avrà valore legale e il Giudice potrà condannare in blocco tutti i membri (veri e fittizi) alla stessa pena per “cooperazione in omicidio colposo”. Non si può neppure sfuggire all’impressione che il Giudice voglia a tutti i costi includere il Prof. De Bernardinis nella CGR, perché dalla sua intervista tenuta subito prima della riunione provengono le frasi più incriminanti attribuite alla CGR.

Ma il meccanismo inventato dal Giudice per accrescere il numero di membri non è accettabile, perché non è previsto dalla legge, si scontra con esempi di organismi insigni dello Stato Italiano, crea confusione in alcuni punti della Motivazione e, portato al limite, condurrebbe a situazioni assurde.

Inoltre, dei dieci membri, veri e fittizi, il Giudice ne escluderà tre dal processo. Si dimostra come anche quest’ultimo procedimento sia infondato, contraddittorio e arbitrario.

Essendo i membri della CGR solo quattro, la riunione della CGR – che i partecipanti se ne rendessero conto oppure no – non era valida a rigore di legge, e di conseguenza alla riunione del 31/3/2009 non si potevano applicare né gli statuti né il regolamento della CGR.

Questa sola argomentazione dovrebbe essere sufficiente a invalidare la Sentenza.  

III.  L’Obbiettivo della riunione del 31/3/2009, “di fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili “, citato di seguito dal Giudice,  non era l’obbiettivo reale della riunione.  Esso viene però introdotto in questa forma erronea, perché il Giudice affermerà che una delle due colpe della “CGR” (le virgolette indicano che non se ne condivide la composizione e quindi la validità) è appunto quella di essersi assunta, “consciamente e volontariamente”, l’onere della comunicazione alla cittadinanza senza il “filtro” del DPC, compito a lei non spettante. La Motivazione stessa mostra come tale onere non fosse noto a tutti i membri nominativi della CGR e come al tempo della riunione non esistesse alcun obbligo o restrizione alla comunicazione diretta della CGR  “verso l’esterno”. Inoltre, per controbattere l’argomentazione del Giudice, si può leggere nella Motivazione come la riunione sia stata seguita da una conferenza stampa (la cui trascrizione non è disponibile) organizzata dal DPC (il “filtro”!) con lo scopo preciso di informare la Popolazione.

Erroneo dunque l’obbiettivo citato, ed erronee e contraddette dai fatti e dalla Motivazione le argomentazioni del Giudice per dimostrare come questo obbiettivo sia stato colpevolmente perseguito.

IV. Si osserva come l’obbiettivo del Giudice di dimostrare che la valutazione dei rischi da parte della “CGR” fu “approssimativa, generica ed inefficace” sia basato su due fatti: (i) era in corso uno sciame sismico; (ii) avvenne un terremoto per il quale, a parere del Giudice, erano ormai maturi i tempi. Di qui il Giudice vorrebbe condurre il pubblico a concludere che lo sciame fu sottovalutato come precursore del terremoto. Tuttavia il Giudice non esplicita (perché non lo può fare) l’argomento principale  che congiungerebbe i due eventi, cioè che la comunità scientifica – post factum – concordi oltre ogni ragionevole dubbio sulla conclusione che lo sciame e il terremoto abbiano avuto tra loro una relazione causale, e la loro concomitanza non sia stata invece dovuta ad una fatale coincidenza. In effetti, se il Giudice dicesse questo, ne risulterebbe che i terremoti possono essere predetti, ciò che la Motivazione si affretta a ripetere a ogni piè sospinto essere impossibile. In mancanza di questa certezza, e questo anche dopo che il fatto è avvenuto, la severa condanna sarebbe stata inflitta in sostanza perché la CGR non impiegò maggior tempo in un’analisi che i membri della CGR concordemente pensavano che non avrebbe portato a nulla, in particolare che non avrebbe potuto portare a concludere se esistesse un rischio di terremoto significativamente superiore a quello consueto in un contesto sismico come quello Aquilano.

Tuttavia, come si vedrà di seguito, l’analisi fatta dalla “CGR”, anche se insoddisfacente per il Giudice e per il pubblico, non poté avere effetto sul comportamento delle vittime.

V. L’affermazione da parte del Giudice, che la “CGR” fornì, in occasione della detta riunione, sia con dichiarazioni agli organi di informazione sia con redazione di un verbale, al Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, all’Assessore Regione Abruzzo alla Protezione Civile, al Sindaco dell’Aquila, alla cittadinanza aquilana, informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica in esame, rasenta l’assurdo in quanto:

- non è chiaro a quali dichiarazioni dei membri nominativi della CGR si riferisca il Giudice;

- il Verbale fu reso pubblico solo dopo il terremoto del 6/4/2009;

- il Giudice sembra dimenticare di avere già incluso nella “sua” CGR anche i rappresentanti del DPC, dell’Assessorato, e il Sindaco, che quindi sarebbero responsabili delle informazioni incomplete, imprecise ecc. fornite a se stessi.

VI. Questa Sezione è di minore importanza, e serve solo a evidenziare come il Giudice scriva la sentenza in modo che sembrino specifici della CGR determinati obblighi che la legge assegnò genericamente alla Protezione Civile, ben prima dell’istituzione della CGR.

VII. Il Giudice sceglie nove affermazioni attribuite alla CGR per dimostrare il punto V. Nessuna di esse è pertinente, in quanto sette erano ignote alla popolazione e alle future vittime, perché  contenute in un verbale della riunione del 31/3, che fu reso pubblico solo dopo il terremoto; le due  rimanenti risalivano ad un’intervista rilasciata da un non-membro della CGR prima della riunione (il Giudice preferisce dire e ripetere che fu rilasciata “a margine” della riunione)  – ma malauguratamente mandata in onda dopo.

A questa intervista, che non poteva quindi esprimere le risultanze della riunione della “CGR”,  possono essere riferite tutte le frasi che, secondo le testimonianze dei superstiti,  più rimasero impresse nella mente delle vittime cioè: “Non c’è pericolo”, “situazione normale”, lo sciame “scarica energia” e quindi rende impossibile un grande terremoto, ci si può bere “un bicchiere di vino”. Tanto i media quanto la cittadinanza stessa applicarono evidentemente un filtro tranquillizzante alle informazioni ricevute, e il messaggio risultante non può essere attribuito alla “CGR”. Che la cittadinanza abbia messo in opera questo filtro viene dimostrato prendendo come esempio quanto scrive al riguardo il Giudice stesso nella Motivazione.

La tesi del Giudice, che si basa su frasi opportunamente scelte dal verbale e dall’intervista, e citate fuori del contesto, è che se l’intervista fosse stata fatta dopo la riunione, vi si sarebbero dette le stesse cose. Tale tesi è controbattuta dai fatti, è dubbia in teoria, e appare essere comunque un assai tenue argomento per una così grave condanna.

In margine, suggerisco a chi voglia fare l’avvocato del diavolo, di prendere lo stesso verbale e la stessa intervista e raccogliere una “contro-antologia” di nove frasi che invece dimostrino l’innocenza della CGR. E’ possibile farlo, e io stesso l’ho fatto senza difficoltà, per esercizio.

Bisognerebbe chiedersi invece perché non si sia identificato un concorso di colpa da parte dei media.

E parimenti ci si dovrebbe chiedere perché sia stato completamente ignorato in sede di sentenza come il clima di nervosismo vigente all’Aquila fosse anche dovuto agli allarmi ingiustificati diffusi nella popolazione prima della riunione della CGR, in parallelo con le rassicurazioni, ingiustificate e “demenziali”, della Protezione Civile Regionale (p. 152). Tale clima fu una delle cause principali della convocazione della riunione all’Aquila, e della sua tanto deprecata funzione “mediatica”.

VIII.  Non si possano addossare alla CGR, organo consultivo e propositivo, tutte le colpe del decesso e ferimento di un certo numero di vittime, scagionando con ciò tutti coloro che non avevano provveduto a mettere a norma gli edifici pubblici e privati.

Si riporta a questo proposito l’affermazione del Giudice, che appare “assolutamente infondata” la tesi della Difesa, che l’unica difesa dai terremoti consista nel rafforzare le costruzioni e migliorare la loro capacita di resistere al terremoto. La netta affermazione del Giudice è erronea e potenzialmente pericolosa per il Paese, oltre che non condivisa da alcun altro Paese esposto a rischio sismico.

A riprova si osserva che un terremoto della stessa Magnitudo, in Paesi come la California o il Giappone avrebbe quasi certamente prodotto meno di cinque vittime in tutto.

La conclusione del saggio è lasciata al lettore. Il Capo di Imputazione termina a pag. 8 della Motivazione (versione ufficiale) con le parole “In L’Aquila tra il 31.03.2009, data della riunione della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi e il 06.04.2009, data dell’evento”, e qui si arresta anche il mio commento.

Sulla base di questo a mio parere assai discutibile Capo d’Imputazione, il Giudice costruirà poi una pena severissima, concedendo attenuanti generiche, il che suona quasi derisorio, visto che il Giudice nel contempo alza di due anni la richiesta del PM ed interdice “in perpetuo” i pubblici uffici agli imputati  (pena – se ho ben capito – non applicabile a casi come questo).

Posso solo sperare che alla fine il buonsenso prevalga.

Giacomo Cavallo.

Marzo 2014

risposte all’articolo di Marco Paolini

Pubblichiamo due lettere in risposta all’articolo di Marco Paolini (La Repubblica, 22-09-2013):

lettera A. Amato, lettera di I. Hunstad

Non ci fu aumento dell’emissione di radon prima del terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila

Lettera aperta di Enzo Boschi sulla condanna

Riportiamo la lettera ricevuta dal Prof. Enzo Boschi, Presidente INGV nel 2009, sulla condanna in primo grado inflitta a lui e ad alcuni altri partecipanti alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009.

Il Processo alla Commissione Grandi Rischi

Enzo Boschi

Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perchè, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato. Da Il Processo di Kafka.

Sono stato condannato a sei anni di reclusione per non aver comunicato bene il rischio sismico cui erano sottoposti gli abitanti de L’Aquila nel 2009. E’ quanto ho capito dalla lettura delle 946 pagine della sentenza. Vi è scritto che gli Aquilani, quando avvertivano una scossa sismica, Read the rest of this entry

Le “prove” dell’accusa: l’articolo di Boschi et al. del 1995 sul Bulletin of the Seismological Society of America

Galileo_by_leoniDopo il processo e la sentenza, si è parlato molto di processo alla Scienza. C’è chi ha evocato addirittura il processo a Galileo, chi si è limitato, per così dire, a parlare di scienza in tribunale. I fautori della sentenza hanno tenuto a precisare che non si è trattato affatto di un processo alla Scienza ma solo a degli individui che hanno fatto male il loro mestiere. Quel che è certo è  che si è trattato indubbiamente di un processo intriso di elementi scientifici, nella formulazione dell’accusa, nella scelta degli accusati, in ogni dichiarazione resa alla stampa. Tutto è stato permeato di termini e concetti che sono propri della scienza. Se non si è trattato di un processo alla Scienza con la S maiuscola, si è processato il metodo scientifico (galileiano), il che non è molto diverso.

Un esempio di quanto il percorso e il risultato scientifico sia stato coinvolto nel processo è rappresentato dall’ampio uso che viene fatto dall’accusa dell’articolo pubblicato nel 1995 da Boschi, Gasperini e Mulargia sul BSSA (Bulletin of the Seismolgical Society of America), una delle principali riviste sismologiche mondiali. L’articolo è stato citato spesso in aula, e poi dalla stampa, per provare che gli imputati avrebbero dovuto utilizzare l’articolo (Boschi in primis essendone autore) per dire che un terremoto a L’Aquila fosse imminente.

titolo

Ma imminente quanto? Ore, giorni, mesi, anni? Qui sta il punto. Geologicamente queste quantità sono praticamente la stessa cosa. Perché i processi geologici hanno periodi di centinaia di migliaia o milioni di anni, i tempi di ricarica di una singola faglia in Italia sono di centinaia o migliaia di anni. Gli errori su queste grandezze non possono che essere anni o decenni, considerato il campione statistico a disposizione (il catalogo storico) e la sua irregolarità.

Ma veniamo a cosa dice l’articolo. E a cosa ne è stato estratto in maniera semplicistica per dimostrare la colpa. Delle oltre 50 zone in cui gli autori avevano diviso l’Italia per i loro calcoli statistici, ci si è concentrati sulla zona 34, un triangolo molto stretto che comprende la regione aquilana, più o meno (dalla carta pubblicata non è chiaro).

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Come si vede dalla figura, la zona 34 è molto piccola. Tutte le zonazioni utilizzate successivamente per studi analoghi, come la carta di pericolosità nazionale (http://zonesismiche.mi.ingv.it/), hanno utilizzato zone più grandi, per avere più dati e delle statistiche più robuste.

Nella tabella 4 dell’articolo i valori di probabilità di un terremoto di magnitudo pari o superiore a 5.9 in quest’area sono sempre 1.00 (il 100%), indipendentemente dalla finestra di previsione. Gli autori scelsero di calcolare le probabilità (usando un certo modello statistico) per 5, 20 e 100 anni. La zona 34 viene indicata dagli autori come quella effettivamente più pericolosa. Troppo pericolosa.

table4

Se, nel 1995, avessero calcolato la probabilità a 1 anno o a 1 mese sarebbe risultata sempre 1. Vediamo perché, gli autori ci aiutano a capire. Infatti scrivono che la zona 34 va trattata con “prudenza” per il piccolo numero di terremoti usati (solo 3, e non ci vuole un Mannheimer per capire che fare dei calcoli statistici su un campione di 3 dati è non solo imprudente ma forse proprio sbagliato). Gli autori notano nell’articolo che i tre terremoti della zona 34 sono avvenuti tra il 1646 e il 1762 con intervalli di circa 60 anni. Poi più niente per oltre 230 anni. Ecco spiegata la probabilità 1 della tabella. Un modello che prevede un terremoto ogni 60 anni (1646, 1703, 1762) avrebbe dato probabilità elevatissime in Abruzzo già intorno al 1830, ben prima della presa di Roma e dell’unità d’Italia, per intenderci. Restando in ambito sismologico, la certezza di un forte terremoto a L’Aquila, secondo l’articolo, c’era anche quando avvenne il forte terremoto del 1857 in Basilicata, quello di Messina nel 1908, del Belice nel 1968, del Friuli del 1976 o dell’Irpinia del 1980. Tutti questi eventi sismici, e molti altri, hanno causato decine di migliaia di vittime dalle Alpi alla Sicilia, mentre (secondo quello studio) la probabilità a L’Aquila continuava a essere il 100%. Nei fatti, per oltre due secoli a L’Aquila non è successo niente, nonostante la probabilità fosse del 100% (secondo l’articolo in oggetto) e con decine di sequenze e sciami che sono capitati in quello stesso periodo.

Un altro aspetto problematico dell’articolo è che i 3 terremoti della zona 34 non sono affatto confrontabili: si tratta di un evento, nel 1646, di magnitudo (stimata) 4.5 (catalogo CPTI11), di quello molto più forte del 1703 (M 6.7) e di quello del 1762 (M circa 6). Il primo è circa 2000 volte più piccolo del secondo! Quindi non confrontabile. Inoltre manca all’appello l’unico terremoto su cui tutti concordano nel considerarlo come un “gemello” di quello del 2009: quello del 1461, anch’esso più volte richiamato in aula e nella sentenza. La ricorrenza tra i tre eventi dell’articolo non ha quindi alcun senso. Come confrontare le angurie con le ciliegie.

Che gli autori avessero compreso che nella zona 34 quella statistica proprio non andasse bene traspare dal lungo riconsiderare e ridiscutere il risultato ottenuto per quella zona.  Scrivono infatti che questa distribuzione così irregolare potrebbe essere un indizio di “clustering. Cosa significa? Che, come si osserva spesso nei cataloghi sismici, i terremoti non avvengono con cadenza regolare (magari! sarebbero molto più prevedibili), tutt’altro. Ci sono molte regioni in Italia e nel mondo in cui si osserva il “clustering” ossia il raggruppamento: diversi terremoti in qualche decina di anni e poi secoli e secoli di quiescenza (link).

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Che quel modello fosse “sbagliato”, almeno per la zona 34, lo dimostra anche la prima colonna della Tabella, sistematicamente ignorata in aula, quella relativa al periodo 1995-1999: se nel 1995 c’era il 100% di probabilità di avere un terremoto di M6+ nei successivi 5 anni, e il terremoto non era avvenuto entro il 2000, c’era evidentemente qualcosa che non andava.

È così che progredisce la scienza, non possiamo colpevolizzare gli autori di quello studio per questo. Si formulano ipotesi, si costruiscono dei modelli, se ne analizzano i limiti, si verificano e, quando (la maggior parte delle volte) si dimostrano sbagliati, si cambiano. Ma non vengono effettuate smentite ufficiali, lavori come questo vengono citati ed eventualmente criticati in lavori successivi perché rappresentano comunque un passo verso la comprensione del percorso migliore da seguire per raggiungere un certo obiettivo: capire e tentare di quantificare la (ir)regolarità dei processi sismici. Nel caso specifico, questo lavoro ha messo in evidenza che per applicazioni statistiche più realistiche è necessario utilizzare la sismicità in zone più estese di territorio e quindi con più dati da elaborare (vedi qui).

E qui torniamo al punto di partenza. Che l’Abruzzo fosse una zona ad elevata pericolosità lo si sapeva, è sancito nella Mappa di Pericolosità sismica d’Italia, è stato detto nella riunione della CGR del 31 marzo (vedi qui), tanto che il Sindaco Cialente il giorno dopo chiese lo stato d’emergenza. Che non si potesse dire che il terremoto fosse in arrivo nei successivi giorni o anni o decenni è evidente, e certo l’articolo di Boschi et al. qui descritto non lo diceva. Averlo portato e discusso alla riunione del 31 marzo non avrebbe cambiato le cose, non avrebbe consentito di formulare una probabilità di accadimento di un forte terremoto nelle ore/giorni successivi. Come detto inizialmente, tutti gli strumenti sviluppati e validati dalla comunità scientifica internazionale in questo campo riguardano il medio e lungo termine (quindi decine o centinaia di anni). Gli scienziati lavorano per migliorare la comprensione e le possibilità di applicazione dei propri studi alla società ma occorre avere ben chiaro che la pubblicazione di un articolo scientifico significa esporre una teoria, un modello, un’ipotesi alla critica dei colleghi. Significa dare inizio a un percorso di verifica e di analisi che può portare a rivedere completamente il lavoro stesso, spesso anche da parte degli stessi autori. I risultati di questo complesso processo di avanzamento della conoscenza non possono essere usati se non se ne comprendono pienamente il significato e i limiti.

National and internatiol meetings | Convegni nazionali e internazionali

9-04-2013 | Convegno organizzato dalla Camera Penale di Firenze aderente all’Unione delle Camere Penali Italiane e dalla Scuola per la formazione degli avvocati penalisti: “La scienza trema. Opinioni a confronto sulla sentenza cd. Grandi Rischi del Tribunale de L’Aquila”. (Firenze)

07/12-04-2013 | European Geosciences Union General Assembly 2013. NH9.8-Geoethics and natural hazards: the role and responsibility of the geoscientists (oral and poster).  (Vienna, Austria)

17/19-04-2013 | Annual Meeting  of Seismological Society of America. Session on New Developments in Earthquake Forecasting and Predictability Research. (Salt Lake City, Utah, USA).

22/26-07-2013 | IAHS – IAPSO – IASPEI Joint Assembly in Gothenburg.   S602 – Seismo-Sociology

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