Lettera aperta dei sismologi dell’INGV sulle motivazioni della sentenza

Il 18 gennaio sono state depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato per omicidio colposo gli esperti della Commissione Grandi Rischi riunitasi prima del terremoto aquilano del 6 aprile 2009. Questa è un’altra importante tappa della complessa vicenda giudiziaria che ha fatto discutere il Paese e la comunità scientifica nazionale ed internazionale.

Ormai a distanza di più di due anni dall’inizio della vicenda giudiziaria, tanti di noi continuano, non certo per partito preso, a coltivare dubbi sulla strada intrapresa dalla magistratura e a ritenere ingiuste le accuse e la condanna a sei anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per omicidio colposo ai nostri colleghi. Oggi, soprattutto dopo aver letto le motivazioni, sentiamo il dovere di comunicare il nostro punto di vista.

Per quanto riguarda il processo, con la sentenza si è inteso confermare la tesi contenuta nella requisitoria dei pubblici ministeri, secondo cui gli scienziati avrebbero potuto sapere ciò che stava per avvenire ma non si sarebbero curati, o addirittura avrebbero volutamente evitato, di comunicare adeguatamente il rischio. A fronte del fatto che la comunicazione verso la cittadinanza non è prerogativa degli esperti che sono chiamati a fornire pareri, l’ampia documentazione esistente sulle caratteristiche sismiche del territorio testimonia la bontà del lavoro della comunità scientifica e l’avvenuto trasferimento delle informazioni e delle conoscenze disponibili per definire e comunicare il rischio sismico nella città di L’Aquila. A tal proposito, si deve notare come il giudizio sul ruolo giocato dalla comunità scientifica sia stato in buona parte imperniato su un’intervista al vice-capo del Dipartimento della Protezione Civile avvenuta precedentemente alla famosa riunione del 31 marzo 2009, nel corso della quale la Commissione Grandi Rischi ha discusso davanti alle autorità locali le caratteristiche sismiche dell’Aquilano e la possibilità di prevedere i terremoti.

Nel corso della riunione è stata comunicata alle istituzioni l’impossibilità di prevedere l’accadimento di una forte scossa. Questa comunicazione non poteva essere interpretata come l’impossibilità che il terremoto avvenisse. La certezza di quanto sostenuto è nel fatto che i risultati delle ricerche svolte dal 2009 a oggi non hanno smentito nulla di quello che è stato sostenuto dagli esperti nella riunione e non hanno evidenziato aspetti che avrebbero dovuto suggerire con certezza uno sviluppo così drammatico della sismicità. Infatti, anche in questo preciso momento possiamo serenamente affermare che dal punto di vista scientifico una sequenza sismica di bassa magnitudo in atto non rappresenta un segnale prognostico per l’accadimento nell’immediato di un forte terremoto.

Se poi guardiamo al processo, dobbiamo sottolineare il fatto che per dimostrare la colpevolezza degli imputati i pubblici ministeri sono entrati nel merito di lavori scientifici estremamente complessi, senza avvalersi di adeguata consulenza sismologica.  Già questo aspetto basterebbe ad affermare che l’intera vicenda giudiziaria presenta aspetti tali da farla considerare anche un processo alla scienza. In questo quadro non sorprende che lo stesso pubblico ministero giunga a definire “categoria giuridica il concetto di analisi del rischio”, cioè procedure proprie del mondo della ricerca, continuamente discusse, cui sono legati significativi margini di incertezza. Assumere posizioni come questa, prescindendo dal fisiologico sviluppo di un dibattito scientifico, a noi sembra una forzatura.

Altro aspetto generale del processo che alimenta più di una perplessità è la mancata analisi delle responsabilità istituzionali, politiche, amministrative, sia al livello centrale che locale. In questo caso possiamo richiamare la lucida analisi del ministro Clini: “Non si può chiedere a tecnici e scienziati di assumersi una responsabilità che dovrebbe essere amministrativa e, in ultima istanza, della politica”. Ciò è certamente vero per il caso specifico delle conseguenze della riunione della commissione di esperti oggetto del processo, ma è altrettanto vero in generale, su un piano che potrebbe dirsi addirittura storico, il cui richiamo è suggerito proprio dalla lacuna del dibattito processuale.

In effetti, basta guardare a quanto discusso in occasione di terremoti passati. Il 2 gennaio 1909, pochi giorni dopo la catastrofe di Reggio e Messina, sul Corriere della Sera, un illuminato Pasquale Villari (già Ministro della Pubblica Istruzione), riprendendo tesi di Guido Alfani (direttore dell’Osservatorio Ximeniano) osservava che la distruzione “non è una ragione per condannare noi stessi … ad un’opera eterna di fare e disfare, ripetendo sempre gli stessi errori, non evitando quella parte non piccola di calamità da cui la ragione e l’esperienza possono difenderci”. Era la perorazione del ben costruire che anche il giorno dopo, sullo stesso giornale, un altrettanto illuminato Francesco Saverio Nitti faceva sua, citando, come si fa anche oggi, il Giappone: “Le costruzioni sono fatte in guisa da rendere i pericoli sempre meno gravi. Tutta la Calabria deve adottare forme di costruzioni, che possono resistere almeno in parte all’opera distruggitrice dei terremoti. Questo problema va affrontato arditamente, come un problema nazionale”. Ancora oggi è questo l’unico strumento per la difesa dai terremoti. Se dopo più di cento anni discutiamo delle stesse questioni, vuol dire che il problema a livello nazionale non è stato affrontato, almeno non “arditamente”. Possiamo affermare che se avessimo cominciato a costruire in modo antisismico dal 1909, molte vite umane si sarebbero salvate: del resto la zona dell’Aquila fu classificata come sismica dopo il terremoto del 1915.

Si potrebbe proseguire con la previsione dei terremoti. Nel caso del sisma aquilano se ne è discusso a lungo, per concludere che, come sostenuto dagli esperti della commissione, non è possibile previsione alcuna. Non è storia nuova: dopo il disastroso terremoto abruzzese del 1915 (ben più forte di quello del 2009), il direttore dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica (l’INGV di una volta) così rispondeva a chi pretendeva informazioni sul momento esatto delle scosse a venire: “Caro signore … se noi potessimo sapere quello che lei chiede, questo ufficio invece di chiamarsi Osservatorio si chiamerebbe Segnalatorio”. Il fatto che a quasi cento anni di distanza ci siamo trovati di fronte ad analoghe discussioni manifesta le lacune di progresso culturale della società. Ancora oggi, nonostante gli avanzamenti scientifici fatti nel campo sismologico, nessuno può prevedere una forte scossa con esattezza di tempo e luogo.

In questo quadro di persistente arretratezza, l’importante elemento di progresso politico e culturale determinato dall’attività dei sismologi nei decenni passati è rappresentato dalla classificazione sismica del territorio nazionale (Decreto MLP 14/07/1984), base irrinunciabile per le corrette pratiche edilizie. Da ultimo, nel 2004, gli esperti hanno messo a disposizione delle pubbliche autorità la Mappa di Pericolosità Sismica, una legge dello Stato (2006) da utilizzarsi appositamente per la difesa dai terremoti, come riferimento nelle norme tecniche per le costruzioni. La mappa è una vera e propria previsione probabilistica di quanto può accadere dal punto di vista sismico sul territorio nazionale in un momento qualsiasi, non sappiamo se domani, fra dieci o cinquanta anni.

Diversamente da un articolo scientifico, che per definizione è destinato ad un pubblico di esperti e va letto nella sua interezza e non estrapolando una singola frase, le mappe di pericolosità sono elaborate dalla comunità scientifica internazionale secondo procedure consolidate e condivise, e realizzate in una forma semplice e comprensibile a tutti per la diretta pianificazione dell’uso del territorio. Nel caso italiano, la mappa considera tutta la lunga storia sismica italiana e tutti i risultati della ricerca aggiornati e discussi dalla comunità scientifica. Quella stessa carta fu mostrata dagli esperti anche nella riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009.

La storia di un secolo evidenzia che la ricerca applicata alla difesa dai terremoti ha avuto quello sviluppo consono alle necessità di un paese moderno. Al contrario, i persistenti difetti culturali e di messa in pratica delle acquisizioni scientifiche chiariscono drammaticamente, anche sul lungo periodo, le lacune amministrative e della politica richiamate, per lo specifico del processo, dal ministro Clini.

Si intravedono in pratica due storie, quella del Paese e quella della ricerca, che non hanno avuto, per quanto attiene la mitigazione dei rischi naturali, la stessa velocità, essendo quasi rimasta al palo la prima e avendo superato numerosi traguardi la seconda. E’ proprio a questo contesto che fa riferimento la vera lezione lasciata dal tragico terremoto del 6 aprile 2009: l’assenza ancora oggi di una forte politica di prevenzione e l’incapacità del sistema paese di gestire nel medio e lungo termine le informazioni sulla pericolosità, sulla vulnerabilità e quindi sul rischio sismico. E’ evidente, in merito a questi problemi ancora aperti, il ruolo fuorviante della sentenza e delle sue motivazioni.

Tutto questo non diminuisce la nostra determinazione a rinnovare l’impegno al massimo livello per la ricerca, per la comunicazione e il dialogo con la società e le popolazioni dei territori a rischio. Riteniamo urgente intraprendere una nuova strada, civile e moderna, in cui scienziati, Protezione Civile, governo, amministratori locali, cittadini, definendo chiaramente i propri ruoli, contribuiscano a creare un sistema capace di avviare le corrette pratiche che nel breve e medio termine possano portare ad una sostanziale mitigazione del rischio sismico. 

Alessandro Amato, Massimo Cocco, Giovanna Cultrera, Fabrizio Galadini, Lucia Margheriti, Concetta Nostro, Daniela Pantosti, sismologi dell’INGV.

 

Advertisements

Presa Diretta del 20 gennaio – Cosa abbiamo da dire

1355927311149presadiretta_logo-sQuesta la lettera inviata ieri a Riccardo Iacona in risposta alla trasmissione Irresponsabili – Presa Diretta del 20 gennaio su Rai3.

Gentile dott. Iacona,

abbiamo seguito con attenzione la puntata di ieri sul processo ai sette partecipanti alla riunione della CGR del 31 marzo 2009.

Ci spiace constatare che la ricostruzione proposta non è stata obiettiva ed è lesiva della nostra immagine di ricercatori al servizio della società. Gli esperti intervistati sono principalmente testimoni dell’accusa e hanno dimostrato una visione preconcetta e basata su giudizi formulati solo a posteriori, oltre ad aver detto delle cose scientificamente non vere.

Dire che i forti terremoti sono sempre preceduti da sciami è falso (il vulcanologo Stoppa). Nessuno dei maggiori terremoti italiani del ‘900 è stato preceduto da uno sciame. Del resto, interpellare a questo proposito un vulcanologo è una scelta poco appropriata all’importanza del tema.

Far credere che un modello di pericolosità a 10 o 50 anni, valido su aree di centinaia di chilometri (quello della dottoressa Rotondi del CNR), sia utilizzabile localmente per azioni pratiche di riduzione dell’esposizione è sbagliato e pericoloso. Peraltro non è nemmeno vero che i risultati di questi studi e di altri simili siano nascosti chissà dove, dal momento che una ricerca su internet o una telefonata vi avrebbe permesso di trovarli, oggi come anni fa, sul nostro sito web e negli archivi della Protezione civile a cui vengono sempre consegnati.

Si potrebbe andare avanti con le affermazioni di Del Pinto, che ha parlato impropriamente di “crescita della magnitudo”. E così via.

Queste argomentazioni scientifiche forse interessano poco a chi è tenuto, come voi, a rispettare la cronaca. Ma non possiamo non notare che tra i tanti esperti italiani di terremoti, non coinvolti nel processo e di chiara fama internazionale, avete scelto un vulcanologo, una statistica e un funzionario della Protezione civile molisana.

Inoltre, durante il processo vengono fatte affermazioni pericolose e fuorvianti, che voi avete giustamente riportato senza però sottolinearne la gravità: dire che il problema dei terremoti in Italia non sono le case che crollano e che la riduzione della vulnerabilità degli edifici è inutile (lo si legge nelle motivazioni) è fuorviante e, questo sì, profondamente irresponsabile. Come non ci stanchiamo di ripetere da sempre, e come confermano i colleghi giapponesi e americani e qualunque altro esperto in materia abbiate voglia di sentire, è proprio la prevenzione sugli edifici lo strumento principale di riduzione del rischio simico.

Infine, respingiamo con fermezza le accuse di essere “servi del potere”. Servitori dello Stato, sì. Servi del potere, no. Soprattutto respingiamo con forza la definizione di “braccio armato della Protezione Civile“, nel senso negativo del termine come lascia intendere la trasmissione. Chiediamo la rettifica di questa affermazione.

L’INGV è un Istituto di ricerca che in base alla Legge (la 225 del 1992 e il DLgs 381/1999) è “componente del servizio nazionale della protezione civile” e opera “in regime di convenzione con il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile“. Di questo delicato compito siamo responsabilmente consapevoli e fieri. In questo ambito operiamo da sempre per migliorare le conoscenze sui terremoti e sul nostro territorio e per sensibilizzare la popolazione. I dati prodotti dalle nostre reti di monitoraggio e i risultati dei progetti che abbiamo portato avanti in tanti anni sono sempre stati resi pubblici. E sono da sempre a disposizione di chi ha il compito di fare scelte politiche e di far rispettare le norme antisismiche.

Ci teniamo ancora una volta a precisare che i sismologi presenti alla riunione della CGR hanno fatto il loro dovere presentando tutti i dati disponibili, e che una chiara distinzione dei ruoli sarebbe necessaria: Giulio Selvaggi non solo non faceva parte della CGR, non era mai stato convocato alla riunione, non ha partecipato alla conferenza stampa (come del resto Boschi), non ha firmato il verbale. Una sentenza che lo accomuna a chi aveva un chiaro ruolo politico è a nostro parere di cittadini una sentenza ingiusta e preoccupante.

Cordiali saluti,

Alessandro Amato, Massimo Cocco, Giovanna Cultrera, Fabrizio Galadini, Lucia Margheriti, Concetta Nostro, Daniela Pantosti, sismologi dell’INGV.

Oggiscienza sulla sentenza

Il parere di Oggiscienza sulle motivazioni della sentenza (18 gennaio 2013)

Oggi le motivazioni della sentenza

Sono state rese note le motivazioni della sentenza di primo grado del processo dell’Aquila, emessa il 22 ottobre scorso, che condanna a 6 anni per omicidio colposo sette partecipanti alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009, tenutasi pochi giorni prima del terremoto in cui sono perite 309 persone.
Le motivazioni sono corpose e articolate e necessiteranno approfondimenti ulteriori.
Tuttavia, queste sembrano ignorare la dura lezione lasciata dal terremoto del 6 aprile 2009:
l’assenza di prevenzione e l’incapacità del sistema paese di gestire nel medio e lungo termine le informazioni sulla pericolosità, sulla vulnerabilità e quindi sul rischio sismico.

Si è invece focalizzata l’attenzione sulla previsione a brevissimo termine, nonostante l’acclarata impossibilità di prevedere l’accadimento di una forte scossa sismica in termini di ora, luogo ed intensità; impossibilità che non esclude che il terremoto possa verificarsi. Al contrario di quanto affermato nelle motivazioni riteniamo che la strada principale per ridurre il rischio sismico sia la prevenzione in termini di riduzione della vulnerabilità degli edifici.

La sentenza sostiene che gli scienziati avrebbero potuto sapere ciò che stava per accadere, ma non si sarebbero curati, o meglio, avrebbero volutamente evitato di comunicare adeguatamente il rischio.

I sismologi italiani hanno sempre contribuito con grande impegno alla difesa dai terremoti lavorando insieme alla Protezione Civile e alle autorità locali. I sismologi hanno elaborato e messo a disposizione del Paese la mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale, la cui ultima versione aggiornata nel 2006 — tre anni prima del terremoto dell’Aquila — è legge dello Stato (http://www.mi.ingv.it/pericolosita-sismica/). Questa mappa, che rappresenta uno strumento importantissimo per la prevenzione sismica, era ed è ben nota. Nella mappa, L’Aquila ricadeva in una zona ove la pericolosità sismica è massima, indipendentemente dal fatto che ci fossero o meno delle sequenze sismiche in atto. Questo è stato discusso nella riunione del 31 marzo del 2009. Quindi l’”allarme” e la comunicazione del rischio erano stati chiaramente dati, per le proprie competenze, dai sismologi.

Noi pensiamo che il progresso per la mitigazione dei rischi naturali debba essere basato sulla conoscenza della pericolosità del territorio, sulla riduzione della vulnerabilità e sulla consapevolezza dell’esposizione al rischio. Ciò è raggiungibile solo attraverso l’azione congiunta di scienziati, istituzioni, autorità locali, operatori dei media e società.

Purtroppo dal 2009 a oggi poco è stato fatto per migliorare la capacità di affrontare i rischi connessi con i fenomeni naturali. Noi riteniamo urgente intraprendere una nuova strada, civile e moderna, in cui scienziati, Protezione Civile, governo, amministratori locali, cittadini contribuiscano, ognuno per il proprio ruolo, a creare un sistema capace di affrontare e convivere con i rischi naturali. Per questo motivo, rinnoviamo il nostro impegno per la ricerca, per la comunicazione e per il dialogo con la società e le popolazioni dei territori a rischio.

INGV Press Release on the reasons for the L’Aquila verdict – January 18, 2013

Prevedere l’imprevedibile

cda_displayimage“L’idea di tradurre questo libro, rendendolo così accessibile a una più ampia platea di lettori in Italia, ha molto — forse tutto — a che fare con il complesso groviglio di vicende che hanno accompagnato un momento cruciale della nostra personale vicenda, non solo lavorativa: il terremoto dell’Aquila del 6 Aprile 2009. Le millantate previsioni da parte di coloro che nel libro sono definiti “amateur predictors” (dilettanti della previsione), le risposte insufficienti e spesso tardive degli amministratori alle domande della popolazione, le difficoltà di comunicazione tra comunità scientifica e società civile — le aristocratiche reticenze di una parte e la pervicace ostinazione nel non voler ascoltare dell’altra — il ruolo spesso ambiguo dei mezzi di comunicazione, sono temi ampiamente trattati in questo libro, nel corso della narrazione di una vicenda che ha come punto di vista gli Stati Uniti e abbraccia gli ultimi 100 anni. Sono gli stessi temi che, guardando indietro, ritroviamo condensati, quasi annodati, intorno a quei drammatici giorni del 2009 a L’Aquila.” (da http://www.springer.com/cda/content/document/cda_downloaddocument/9788847026421-p1.pdf?SGWID=0-0-45-1356576-p174312768)

Questo è l’inizio della prefazione del libro “Prevedere l’imprevedibile” della sismologa californiana Susan Hough (traduzione di Lucia Margheriti e Francesco Pio Lucente, sismologi dell’INGV), edito dalla Springer:

http://www.springer.com/earth+sciences+and+geography/natural+hazards/book/978-88-470-2642-1 (IT)

http://press.princeton.edu/titles/8990.html (EN)

Ringraziamo la Springer per aver dato l’opportunità di questa traduzione che offre molti utili spunti relativi alla vicenda aquilana. I traduttori non partecipano dei ricavi della vendita.

Lucia Margheriti e Francesco Pio Lucente

Lettera dell’Associazione Giapponese per l’Ingegneria Sismica

La lettura attenta delle lettere di supporto della comunità scientifica internazionale fa vedere che gli istituti di ricerca e le Associazioni scientifiche e professionali estere hanno effettuato un’analisi approfondita di quanto è accaduto, e non si sono fermati, come qualcuno ha scritto, al fatto che gli scienziati sono stati condannati per non aver previsto il terremoto.

Tra le tante arrivate in questi giorni (disponibili qui), oggi ne abbiamo ricevuta una dall’Associazione Giapponese per l’Ingegneria Sismica (Japan Association for Earthquake Engineering) firmata dal Presidente Kazuhiko Kawashima.

Japan Association for Earthquake Engineering

Come si legge dalla lettera (traduzione in italiano), gli ingegneri giapponesi giudicano il verdetto non appropriato per tre ragioni: 1) gli scienziati erano stati chiamati per fornire le informazioni scientifiche, e lo hanno fatto; 2) hanno supportato gli organi preposti alle decisioni in una situazione difficile di inerente incertezza; 3) la diffusione delle informazioni ai media non è stata fatta dagli scienziati, né doveva esserlo. La JAEE conclude sostenendo che la riduzione del rischio in una zona vulnerabile come l’Aquila deve essere fatta con uno sforzo costante e a lungo termine sugli edifici, e non con la previsione a breve termine.

SOLIDARIETÀ AI NOSTRI COLLEGHI SISMOLOGI

Noi lavoratori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia esprimiamo piena solidarietà al nostro collega Giulio Selvaggi (ricercatore INGV e Direttore del Centro Nazionale Terremoti nel 2009) e al prof. Enzo Boschi (allora Presidente dell’INGV), entrambi condannati per la loro attività di consulenza tecnico-scientifica al servizio dello Stato. La sentenza colpisce loro ma allo stesso tempo anche noi e il lavoro che svolgiamo nel nostro ente pubblico di ricerca a beneficio della collettività, e che loro hanno rappresentato alla riunione della Commissione.

We, the workers of Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, express our deepest sympathy to our colleague Giulio Selvaggi (INGV Researcher and Director of the Centro Nazionale Terremoti in 2009) and to Prof. Enzo Boschi (former INGV President) both convicted for their activities of scientific and technical advice while serving the State. This sentence strikes them, but affects us all and the work of our public research institute that is carried out for the sake of the community, and that they were representing at the meeting of the Commission.

24 Ottobre 2012 – 24 October, 2012 

firmatari INGV- signatories from INGV

Siamo a bordo

Risposta all’articolo di Francesco Merlo (La Repubblica, 28 ottobre 2012, http://www.repubblica.it/cronaca/2012/10/28/news/protezione_incivile-45416212/?ref=search)

SIAMO A BORDO, MERLO!

Nel suo articolo su Repubblica del 27 ottobre sulla Protezione incivile dell’era bertolasiana, Francesco Merlo conclude con l’esortazione rivolta agli scienziati di tornare a bordo.
Caro Merlo, le do una buona notizia: noi ricercatori dell’INGV dalla nave non siamo mai scesi. Non siamo scesi in queste ore, durante la crisi sismica al Pollino, né durante la sequenza emiliana. E non eravamo scesi prima e dopo il terremoto di L’Aquila, impegnandoci sempre nell’analizzare tutti i dati e fornendo sempre tutte le informazioni utili alla Protezione Civile e alla popolazione, su web e nelle tendopoli. Non sono scesi nemmeno i nostri duecentocinquanta precari, che in questi giorni continuano a lavorare anche di notte, pur con il timore di perdere il lavoro a fine anno.
Non era sceso nemmeno Giulio Selvaggi quando partecipò alla disgraziata riunione del 31 marzo 2009, peraltro senza essere membro della Commissione. Anzi: con lui, a bordo durante quella riunione, c’eravamo tutti noi che in sala sismica stavamo analizzando i dati delle sequenze in corso in quei giorni a L’Aquila, a Sulmona e a Forlì, riassunti in una relazione tecnica distribuita alla riunione della Grandi Rischi. Ecco perché, con Giulio, ci sentiamo tutti ingiustamente condannati. Dal processo e da articoli come il suo.

Merlo, lei scrive che chiunque ha vissuto un terremoto sa che la prima precauzione è uscire di casa. Ma è sbagliato. La prima precauzione è vivere in una casa sicura. È pretendere la sicurezza delle scuole a cui affidiamo i nostri figli, dei posti di lavoro e dei luoghi pubblici dove viviamo. E questa sicurezza non è la scienza a potercela dare. Se non facciamo prevenzione, un’altra Aquila è possibile. Come poteva essere un’altra Aquila l’ospedale di Mormanno, evacuato per un sisma di magnitudo 5 perché nessuno lo ha mai messo a norma.

Scrive anche che gli scienziati avevano previsto l’arrivo di un’altra scossa mortale.  Non è così. Non avevamo previsto nessuna scossa mortale, ci dispiace: non ne siamo capaci. Dopo il terremoto del 6 aprile avevamo segnalato la probabilità significativa di altre repliche forti. Che ci sono state. Non potevamo dire di più. E anche il 31 marzo nessuno poteva prevedere nulla. Le nostre previsioni sono nella carta di pericolosità sismica del 2004: in Calabria, come in molte altre regioni italiane, un terremoto più forte di quello di Mormanno e di L’Aquila prima o poi arriverà. E bisogna prepararsi. Usiamola, questa carta che è norma dello Stato, per adeguare la classificazione sismica e per rinforzare gli edifici. Noi continuiamo a lavorarci, per migliorarla giorno dopo giorno con i metodi e i criteri propri della ricerca scientifica.

Se ci sia stata o meno la volontà di disinformare dettata dal Bertolaso, non lo so, ma se così fosse che si indaghi su di lui e su eventuali complici. Noi ricercatori non ci siamo prestati a nessuna propaganda maligna e anzi come tutti i cittadini auspichiamo che vengano chiarite al più presto le vere responsabilità della tragedia aquilana.

In conclusione, caro Merlo, si tranquillizzi: le assicuriamo che continueremo a restare a bordo.

Alessandro Amato
Direttore del Centro Nazionale Terremoti
INGV

%d bloggers like this: